Molte, oscure, complicate. Così vengono sintetizzate le norme che ci governano, in un recente libro dal titolo eloquente: La trappola delle leggi di Bernardo Giorgio Mattarella (docente di Diritto amministrativo nell’Università di Siena). Volendo tradurre ciò in dati sonanti si apprende che ci sono stime ma non numeri certi. Dall’unità d’Italia ai giorni nostri, riporta una fonte (1), sono state emanate quasi 200mila leggi, di cui restano in vigore circa 18mila. Il panorama europeo fornisce i seguenti dati comparativi: 1. Gran Bretagna: 3.000 leggi, 2. Germania (5.500), 3. Francia (7.000). Insomma le circa 18mila leggi italiane rappresentano un numero di gran lunga superiore a quella ottenuta sommando le cifre dei paesi citati (2).
Sistemato alla svelta il riferimento quantitativo, prendiamo alla larga la definizione oscure e complicate. Ma ogni chiarimento al riguardo non può che essere, di rigore, illuminato e lineare.

La comunicazione è un’arma micidiale se il pubblico non la capisce, può nascondere mistificazione o incapacità a far circolare le idee. Così esordisce Ernesto Celestini in un suo articolo “La lingua: strumento del potere”.

Una “élite maledetta ma illuminata” in quasi quarant’anni di lavoro di persuasione, più o meno velata, ma assidua e persistente, è riuscita ad impossessarsi di una parte enorme delle risorse del pianeta.

Quando parlano di sport, di gossip o di cronaca, pur non prestando molta attenzione, riusciamo facilmente ad intendere il messaggio che i media vogliono trasmetterci. Ma appena ci si avvicina alla politica il linguaggio diventa più complesso, volutamente meno chiaro: come quando a scuola ci interrogavano e, non avendo studiato la lezione, cercavamo di farfugliare delle parole, senza dire niente, ma il più a lungo possibile.
A scuola però il professore capiva se c’era la fregatura e ci metteva il voto. A noi invece non viene riconosciuta l’autorità del professore e il voto che diamo ai commentatori politici, non serve a farli studiare di più. Anche perché, in fondo, i politici la lezione non la stanno spiegando bene, perché da anni ormai dicono molto poco e, purtroppo, fanno molto meno.
Questa critica, che i media ed i politici definirebbero immediatamente qualunquista, sterile e populista, non vuole essere negativa, ma solo una presa di coscienza di come si sta comportando l’informazione con il pubblico.   Vorremmo dire pubblico italiano, ma purtroppo il problema non è solo nazionale: L’informazione ormai è un problema globale.
Riescono a farci venire dei dubbi sulle nostre capacità intellettive.(3)

Devo dire al proposito, scrive Giovanni Acerboni, che la politica ha sempre avuto per la lingua una certa attenzione: Istituti di Cultura, contributi (via via più scarsi) a istituzioni specializzate (come l’Accademia della Crusca) o per la realizzazione di opere, convegni, corsi ecc.
Ma vi è anche un’attenzione d’altra natura, o, diciamo meglio, una disattenzione, da parte della politica. Mi riferisco al tema, ben noto, dell’uso della lingua italiana nelle leggi e negli atti amministrativi e, a cascata, nella prassi amministrativa e nella comunicazione amministrativa. Si tratta dei cosiddetti legalese e burocratese. Non intendo descriverli qui, anche perché da almeno due decenni molti studiosi (italianisti e giuristi) lo hanno fatto con esattezza. Tuttavia, se mi si passa l’estrema sintesi, è possibile affermare che quei linguaggi:

·    contengono diversi fatti linguistici usciti dall’uso comune da diversi decenni (es. il participio presente con valore verbale, come “documenti comprovanti le spese”);
·    impiegano costruzioni sintattiche e lessico più difficili del necessario;
·    ottengono troppo spesso di essere incomprensibili o, che è anche peggio, ambigui

Quel che vorrei dire è che in ultima istanza questa è una responsabilità della politica. Lo è direttamente per la produzione legislativa. Lo è indirettamente, sul linguaggio amministrativo, per via del controllo che la politica esercita sulle amministrazioni.
È dunque responsabilità della politica l’esistenza anzi la persistenza di un linguaggio separato dalla realtà con il quale dare norme alla realtà. I costi di questa separazione sono altissimi in termini di efficienza della macchina amministrativa, e persino calcolabili in termini economici.(4)

Note
(1) Fonte e link: http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20081010044849AAoAB4W

(2) Fonte e link: http://brunoaprile.ucoz.com/publ/quante_leggi_ci_sono_in_italia/1-1-0-3

(3) Fonte e link: http://www.peacelink.it/sociale/a/36176.html (per leggere l’intero articolo)

(4) Fonte e link: http://vietatoridere.blogspot.it/2013/03/la-cultura-e-la-politica-la-lingua.html (per leggere l’intero articolo)