Dall’inizio dell’era berlusconiana (1994) il sistema elettorale italiano è divenuto sostanzialmente maggioritario con premi in seggi variamente articolati per il “vincitore”. Infatti anche la legge Mattarella, che ha regolato le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, prevedeva l’assegnazione col sistema maggioritario del 75% dei seggi (il restante 25%, col proporzionale). Fino alle elezioni del 2008 chi ha goduto dei benefici maggioritari, pur non raggiungendo mai la maggioranza assoluta dei voti, ci è sempre andato abbastanza vicino (sempre oltre il 40%, talora intorno al 48-49%), dato che il sistema – grazie al sistema delle coalizioni – era (apparentemente) bipolare.

Nel 2013 la situazione è cambiata: quando c’è un terzo polo che raggiunge il 25% ed un altro raggruppamento (il centro) che si attesta sul 10%, i due poli principali dalla maggioranza assoluta ci restano abbastanza lontani, dato che la matematica non è un’opinione. Infatti alle ultime elezioni il vincitore centrosinistra ha avuto il 29,5% e il perdente centrodestra il 29,2%. Nonostante che gli elettori abbiano posto termine al bipolarismo (al quale in realtà non si sono mai adattati), alcuni pensano di imporlo per legge. Sono i “maggioritaristi” irriducibili: un tempo era a favore del maggioritario la destra, oggi forse lo è di più la sinistra. I favorevoli a sistemi maggioritari (premi di maggioranza, collegi uninominali a unico o doppio turno ecc.) sostengono che il proporzionale impedisce la governabilità perché i piccoli partiti possono ricattare i maggiori e far cadere le maggioranze in precedenza appoggiate. Invece, secondo questa opinione, col maggioritario la sera delle elezioni si sa subito chi ha vinto, e chi ha vinto governa senza discussioni fino alle elezioni successive perché il sistema stesso assicura una maggioranza ampia che mette al riparo i governi dai ripensamenti dei partiti più piccoli.   Ma è proprio così? Effettivamente, in questi venti anni, appena aperte le urne e scrutinati i voti si è saputo subito chi aveva vinto. Elezioni 1994: ha vinto Berlusconi. Però, dopo cinque mesi c’è stato il ribaltone di Bossi e si passò governo Dini “a larghe intese”. Poi, alle elezioni anticipate nel 1996, con l’Ulivo vince  Prodi che però cade nel 1998. Allora, grazie al passaggio di Mastella dal centrodestra al centrosinistra, auspice Cossiga, subentra D’Alema, che – dopo un paio di missioni di guerra – si dimette nel 2000. Gli succede Amato, fino alle elezioni del 2001. Dal 1996 al 2001 ci sono stati quindi tre governi in cinque anni. Nel 2001 vince Berlusconi e qui effettivamente lui governa fino al 2006 (sebbene con due diversi governi e con numerosi cambi di ministri importanti: Interni, Esteri, Economia). Elezioni 2006, vince l’Unione di Prodi. Prodi però cade nel 2008 per l’abbandono di Mastella e di Dini che avevano contribuito alla vittoria per il rotto della cuffia dell’Unione. Nel 2008 stravince Berlusconi, ma dopo un anno comincia la diatriba con Fini, che esce nel 2010; Berlusconi si salva sul filo del rasoio grazie ai “responsabili” che alle elezioni erano stati dall’altra parte. Poi nel 2011, anche per lo spread, Berlusconi deve dimettersi e arriva Monti. Elezioni 2013: nonostante il porcellum che regala maggioranze alle minoranze, la coalizione di centrosinistra, che unisce tutti da Vendola alla Sudtiroler Volkspartei passando nientemeno che per Tabacci, non ce la fa (perché la legge è bipolare, ma i poli sono come minimo tre) e già la sera delle elezioni, a febbraio scorso, non sapevamo chi avesse vinto. O meglio, una cosa la sapemmo subito: sapemmo che aveva rivinto chi aveva perso. Si va così alle larghe intese, che subito si restringono per la scissione del PDL e ora al Senato Letta è lì sul filo del rasoio mentre la sinistra del PD sogna di fare un nuovo governo col M5S combattuto nel corso della campagna elettorale al grido di “populisti! demagoghi!”. E’ così che il maggioritario e i premi di maggioranza ci fanno sapere subito, la sera delle elezioni, chi ha vinto, chi ha perso e chi ci governerà. Ma solo la sera delle elezioni, perché dal giorno dopo non lo sappiamo più.Una delle ipotesi più gradite è quella del sistema maggioritario con collegi uninominali a doppio turno. L’idea del doppio turno suscita qualche perplessità. Già è difficile far andare la gente a votare una volta sola; figuriamoci richiamarcela una secondo volta – quella decisiva – dopo quindici giorni. Chi non vota ha sempre torto? Sì, ma da noi questo corretto principio ha un sapore un po’ ipocrita, perché in realtà vuol dire lasciare le sorti del Paese in mano ai pochi intimi che vanno a votare anche al secondo turno, che da noi sarebbero principalmente gli apparati dei partiti e le loro clientele. Sarebbe invece preferibile il sistema proporzionale con sbarramento. Infatti il maggioritario assicura stabilità solo in presenza un sistema abbastanza bipolare, ma il bipolarismo non si crea per legge: o c’è nel paese o non c’è. Da noi non c ‘è, come abbiamo visto anche nel febbraio scorso e  come del resto  sappiamo dal 1946 ad oggi tranne qualche rara eccezione, più apparente che reale. In questa situazione, partiti piccoli si coalizzano coi partiti grandi per sfruttare i premi di maggioranza. Ottenutili, riprendono la loro libertà di azione. E poi niente impedisce le scissioni nei grandi partiti che fanno vacillare anche i governi nati con le maggioranze più ampie: si vedano i casi di Fini e ora di Alfano. Allora tanto vale che ciascuno abbia ciò che gli spetta (come accade col proporzionale), e chi non riesce a vincere – veramente – da solo, si accordi con altri. Cosa c’è di strano?