Riceviamo da Omar Valentini la seguente riflessione che volentieri pubblichiamo.

Credo che la legge elettorale abbia a che fare con l’etica e che negare il diritto a essere rappresentati confligga fortemente con quest’ultima, per come la intendo io. Ogni voto espresso deve avere lo stesso peso: non è etico accettare che vi debbano essere voti di serie A e voti di serie B, ovvero che si debba rinunciare a una libera scelta ed essere costretti al “voto utile”.

La legge elettorale già approvata dalla Camera e che dovrà ora essere discussa al Senato, con ostentato orgoglio battezzata come “Italicum”, a me pare purtroppo un pasticcio certificato che con maggior proprietà di linguaggio andrebbe piuttosto indicato, in latino maccheronico, come “Pastrocchium”. E’ un sistema del tutto squilibrato che, per garantire la “governabilità” a una pseudomaggioranza che in realtà è una minoranza, giunge a sfidare il buon senso, lasciandosi sotto la suola delle scarpe il diritto degli elettori a essere rappresentati senza inutili e dannose censure. Come hanno fatto Berlusconi e Renzi a mettere assieme un modello così perverso? Mi sembra che sia stato concepito con il solo scopo di superare formalmente, ma non nella sostanza, le critiche della Corte Costituzionale che ha bocciato il “Porcellum” perché “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione”. Il tentativo di un superamento solo formale di tali critiche ha partorito un ibrido inguardabile tra i modelli spagnolo, francese e tedesco, un modello cervellotico che, per evitare il rischio delle “larghe intese” costringe gli elettori alla camicia di forza del “voto utile” (a chi poi?), limitandone fortemente la libertà di espressione, sacrificata sull’altare di una millantata “governabilità”.
Credo che molti elettori siano stufi di turarsi il naso e rinunciare, in nome del “voto utile”, a esprimere una libera scelta del partito. Perché non posso votare il partito con il programma che è più in sintonia con le mie priorità e devo essere costretto a votarne un altro che mi rappresenta molto meno? La tentazione è quella di rinunciare al voto. E infatti più di un terzo degli elettori non vanno a votare. Per quale motivo dovrebbero farlo? Per eleggere persone che non li rappresentano? Andando avanti di questo passo, a votare potrebbe essere una minoranza. Una soglia di sbarramento all’8% incapsula lo sfortunato elettore, castigandolo immancabilmente e non lasciandogli alcuna speranza qualora non voglia sottostare alle forche caudine del “voto utile”. Votando il partito che più lo rappresenta, se questo non ha le spalle più che larghe, vedrà il suo voto cancellato. Una gran bella soddisfazione. Ho il diritto di non sentirmi rappresentato né da Berlusconi, né da Renzi, né da Grillo? Evidentemente no. Me li devo far piacere per forza.
Facciamo conto che io sia convinto che l’Italia, per uscire dalle sabbie mobili del suo debito in continuo aumento, debba uscire dall’euro. Come posso eleggere qualcuno che mi rappresenti in tal senso? Decido di turarmi il naso e scegliere il surrogato che reputo il meno peggio, fallendo comunque l’obbiettivo, o voto scegliendo il meglio, cioè un partito “sotto soglia”, correndo perciò il rischio di essere rapinato del voto espresso? Mi piacerebbe anche poter scegliere entro certi limiti la persona che mi rappresenta, piuttosto che vedermela imposta, prendere o lasciare. Il premio di maggioranza, la soglia di sbarramento e il doppio turno per un proporzionalista convinto come me non dovrebbero neppure esistere, ma men che meno associati in modo pedestre tra di loro, perché incompatibili l’uno con l’altro. Se con il premio di maggioranza arrivo a raddoppiare i seggi parlamentari che spettano alla coalizione o partito più votati, che senso ha aggiungere anche una spropositata soglia di sbarramento? Si vuole un parlamento senza opposizioni, per ridurre il dialogo e il confronto a un soliloquio? Il doppio turno, poi, è antieconomico, lasciamolo ai Francesi. Quanto alla “governabilità” faccio questa osservazione. Siamo poi così sicuri che se al governo c’è una pseudomaggioranza monocolore, che potrebbe rappresentare nella realtà, al netto dei non votanti, anche meno di un quarto degli elettori, le decisioni prese siano migliori di quelle che potrebbe prendere un governo di coalizione? Io credo di no. Chi riesce a dimostrarmi che una soluzione condivisa sia necessariamente peggio di una che non lo è? In Germania le larghe intese funzionano benissimo. In Italia non mi pare che funzionino né meglio, né peggio dei poli contrapposti.
Nell’Italia del bipolarismo abbiamo assistito all’effetto “tela di Penelope” per cui ciò che veniva fatto da un polo, non essendo frutto di condivisione, veniva poi disfatto dall’altro polo nella legislatura successiva.
Per assicurare la stabilità di governo non c’è bisogno di una legge elettorale, che serve solo per truccare il conteggio dei voti espressi, ma serve invece una regola post-elettorale che tuttora manca: una volta formato il governo, monocolore o di coalizione, la maggioranza che lo sostiene non può cambiare; se tale maggioranza viene meno, si torna alle urne, cioè al giudizio del popolo sovrano. La possibilità di governi frutto di alchimie di palazzo, come quelli di Monti o di Renzi, verrebbe così cancellata, dando piena attuazione a quanto previsto dall’articolo 1 della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”.

Omar Valentini