Riceviamo da Marco Lombardi e volentieri pubblichiamo.

      E’ trascorso poco più di un anno da quando la Corte Europea, su ricorso operato da sette detenuti, ha condannato l’Italia per le condizioni di sovraffollamento delle proprie carceri. Poco più di sei mesi dal rigetto del relativo appello presentato dall’Avvocatura dello Stato e, se entro il maggio prossimo, il problema non verrà risolto, il nostro paese si troverà obbligato a soddisfare migliaia di richieste pendenti a Strasburgo e tante altre che potrebbero sommarsi.

        Il tema delle condizioni inumane degli istituti di pena italiani, dove spesso è l’ordinaria gestione della quotidianità a negare i principi enunciati dal Beccaria, periodicamente emerge alle cronache, per poi inabissarsi nelle profondità della disinformazione, spesso come rinculo alla grave presa di posizione della tale o talaltra carica politica o religiosa.

        Stavolta non è però il tribunale internazionale dei diritti dell’uomo a mettere il dito sulla piaga, bensì un Tribunale ordinario, la Westminster Magistrates’ Court di Londra, che nel giro di pochi giorni ha negato alle autorità italiane l’estradizione di due criminali, tra cui un pericoloso boss. Proprio questo caso, riguardante il capomafia Domenico Rancadore, latitante da ben venti anni, assume l’aspetto più drammatico per il nostro paese, non fosse altro perché ha fatto il giro delle principali testate internazionali (BBC su tutte, per ovvi motivi geografici). In un primo momento, infatti, il giudice londinese aveva concesso l’estradizione, in applicazione del Mandato di Cattura Europeo, uno strumento giuridico attivo dal gennaio 2004, istituito a seguito dei fatti dell’undici settembre 2011, proprio per favorire la rapidità massima nei percorsi di estradizione. Tale strumento può essere attivato tra stati appartenenti all’Unione, in base a specifici accordi bilaterali o multilaterali, ma la sua esistenza è condizionata da almeno due elementi assicurati dagli stati sottoscriventi l’accordo: il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona umana, di cui all’articolo 6 del Trattato sull’Unione Europea; che nessuna persona venga sottoposta a trattamenti o pene inumane o degradanti. Ebbene, da quanto dichiarato dal giudice inglese, restando in attesa degli atti ufficiali già richiesti dalle autorità italiane, è proprio dopo aver appurato l’assenza di tali presupposti nel nostro sistema carcerario, che egli avrebbe deciso di ribaltare la decisione presa in un primo momento, negando così l’estradizione. La gravità dell’episodio starebbe dunque nell’indiretta condanna per l’Italia al mancato rispetto dei principi fondativi della Trattato che istituisce l’Unione Europea, in continuità con la sopra richiamata sentenza di Strasburgo.

         Per l’Italia si tratta dell’ennesima figuraccia e chissà che il nostro paese non si inventi una nuova forma di emigrazione clandestina, quella dei condannati a pena detentiva. Potrebbe essere una soluzione alternativa allo svuota-carceri che passa attraverso amnistie e indulti, far fuggire cioè i nostri detenuti, invitandoli a chiedere asilo alle democrazie davvero avanzate. D’altronde se questo meccanismo ha funzionato, con più o meno successo, per i rifugiati del CIE di Lampedusa, perché non con i detenuti di San Vittore o Sollicciano?

Marco Lombardi