Una democrazia matura non può fare a meno di una forma-linguaggio chiara e di leggi comprensibili ai cittadini – senza l’ausilio degli intermediari.
Questo è uno dei messaggi fondanti depositato nella nostra memoria nel primo convegno, Forme e Riforme – Idee per una nuova politica, organizzato un anno fa da FdP presso l’Istituto Manzoni.
E in effetti per un popolo l’abbandono della propria lingua, che della cultura è il cardine, rappresenta l’atto finale di sottomissione. 

Giulio Tremonti, nel suo libro Bugie e verità, scrive che il G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) aveva un carattere unitario contrassegnato dalla lingua inglese, oltre che dal dollaro e dalla cosiddetta democrazia occidentale. Rappresentava, su 4 miliardi di abitanti della Terra, circa 600 milioni di persone. Praticamente un sesto della popolazione mondiale ha controllato, per tre decenni, il 60% del prodotto interno lordo (Pil) del mondo.

Scrive Tridimonti: “L’anglofilia è un fenomeno insidioso per l’equivoco di fondo che lo accompagna e che in qualche misura lo genera. Essa viene considerata quasi un sinonimo di modernità: un governo o un’amministrazione che si rinnovano non possono che esprimersi con termini inglesi, altrimenti danno la parvenza di non essere al passo con i tempi. E così si attinge in modo sempre più paranoico a costrutti ed elementi lessicali inglesi, non solo in ambiti settoriali e specialistici, ma anche quando si deve denominare unità amministrative, servizi, programmi di azione. Lo Stato pare snobbare le risorse offerte dalla propria lingua nazionale a tutto vantaggio dei global nicknames (…)

L’orientamento che tende ad affermarsi potrebbe condurre, se non adeguatamente contrastato, alla sostituzione del vecchio “burocratese” con un nuovo linguaggio non meno opaco e ingannevole del precedente; e l’azzeccagarbugli di manzoniana memoria continuerà a perpetuare l’imbroglio allo sprovveduto di turno con magiche formule di importazione. Cos’altro se non questo complesso di provincialismo cronico può giustificare la sostituzione del tradizionale servizio clienti con l’astrusa formula customer care (…) Vi è veramente bisogno di un project manager? Non basterebbe un semplice capo progetto? E se le aziende, invece che account manager ricercassero responsabili commerciali, forse troverebbero un maggior numero di candidati da esaminare (…) Perché workshop anziché laboratorio, part-time job e non lavoro a tempo parziale, attachment invece di allegato, zippare invece di comprimere, resettare invece di reimpostare, scannerizzare invece di scandire, downloadizzare invece di prelevare o scaricare, shiftare invece di spostare e chi più ne ha più ne metta”.

“All’apparenza la decisione del Politecnico di Milano può sembrare un atto di innovazione e ammodernamento dell’università italiana. Tuttavia gli studi post-coloniali, in moltissimi settori disciplinari (dall’antropologia alla linguistica, dalle scienze sociali all’economia, e perfino nella statistica – cfr. Bonilla-Silva e Zuberi 2008) dicono proprio il contrario e mostrano come i fondamenti culturali su cui si basa la scelta del Politecnico sono in realtà vecchi, superati e di sapore neo-coloniale”.

La Lingua Italiana vi invita a leggere questo post:

Una lingua (l’italiano) che rischia di morire.
Un mandante (Winston Churchill) che teorizza la colonizzazione linguistica.
Un esecutore materiale (il Politecnico di Milano).
Un gruppo di docenti che caparbiamente si oppone.
Il TAR della Lombardia che dà loro ragione.
Un Lettera Aperta dell’Accademia della Crusca.
Un Consiglio di Stato che tergiversa.
Un militante radicale (Giorgio Pagano) che fa uno sciopero della fame per 41 giorni.
Una ministra (Stefania Giannini) chiamata a un’importante decisione.
E per finire, un blog (Roars) e un giornale (LINKIESTA) che decidono di NON pubblicare questo articolo…

Questi alcuni dei complici (e i loro strenui oppositori) di un genocidio linguistico.
http://www.eraonlus.org/it/component/k2/10763/prove-inconsapevoli-di-colonizzazione-linguistica-lo-strano-caso-del-politecnico-di-milano.html#.U6Vonfl_uSo