Bozza di discussione in vista dell’incontro del 5 novembre pv

In base all’analisi precedente è possibile elaborare un modello di gestione complessiva del sistema sociale che, tenendo conto dei limiti dei sistemi moderni, tenda al loro progressivo superamento.
Ho usato il termine “sistema sociale” e non “sistema politico” perché si tratta di un modello complessivo di cui il sistema politico è solo una parte.
L’uscita dall’orizzonte moderno (1) è una precondizione perché la modernità  ha ignorato, in primis filosoficamente, i limiti delle istituzioni politiche che essa stessa ha prodotto creando un sistema strutturalmente instabile e alla lunga ingestibile, un sistema dove la crisi non è dinamismo e crescita ma sofferenza sociale e impotenza.

L’idea di un’uscita dalla modernità come concreto progetto culturale, viene dalla consapevolezza che il problema del ritardo della politica sta nelle forme patologiche che caratterizzano l’intero sistema sociale moderno e nella pressoché assoluta inconsapevolezza di questo problema. In altre parole nella modernità non è stato individuato il livello delle “forme”, ciò significa che molte persone e molti studiosi continuano a guardare ai “contenuti” e quindi ai “particolari” senza inserirli nel contesto formale da cui dipendono. L’illusione è quella di poter cambiare e migliorare i contenuti senza affrontare e modificare le “forme” che permettono e sostengono quei contenuti; si imboccano così strade completamente improduttive.

Il modello generale che viene proposto differisce sostanzialmente da quello in vigore in tutto l’occidente e mira principalmente a rendere fisiologiche le forme più importanti del sistema che devono essere individuate e descritte in via preliminare.
Questa operazione è tutt’altro che semplice per la caratteristica generale delle forme di non mostrare la stessa evidenza delle cose che contengono.
In ogni caso un modello alternativo a quello vigente dovrà prevedere istituzioni comuni, quindi istituzioni dello stato, (o anche sovrastatali) sottoposte rigorosamente al principio di esternità(2) che esclude la possibilità che quelle istituzioni vengano “riempite” da professionisti eletti e rieletti per l’intera vita. I limiti dei mandati istituzionali, accompagnati da una prescrizione di “ritorno alla vita civile”, dovranno impedire che l’ambito delle istituzioni dello stato, perlomeno nella sua componente direttiva, (livello politico e dell’alta burocrazia) diventi una parte separata della società al pari delle altre parti.(3) Se questo risultato non si ottiene (questa è la situazione generale degli stati non solo in occidente ma specialmente nel resto del mondo) allora occorre accettare le conseguenze contraddittorie che vedono una parte della società che, pur assumendo la logica di parte, si occupa e gestisce l’intera società. Ricordiamo che la caratteristica principale del livello istituzionale-politico è quella di dover regolare tutti gli ambiti e le parti della complessa società contemporanea. Stiamo dicendo che questa funzione non può essere svolta fisiologicamente assumendo una logica di parte da qui l’importanza dei limiti dei mandati e degli altri elementi ad essi associati.

I processi di esternità sono tutti processi di “controllo” ed è nel controllo che svolgono la loro essenziale funzione. Nei sistemi democratici per controllare l’apparato dello “stato”, occorrerà produrre ambiti costituzionalizzati capaci di svolgere la funzione di raccordo tipica dell’ente intermedio. Tale concetto implica una sottigliezza teorica: i processi di esternità/controllo non possono essere affidati ad istituzioni inserite nello stesso orizzonte ordinamentale. Per questo motivo si deve fare riferimento ad ambiti “intermedi” che sebbene  “costituzionalizzati” si collochino ad un livello differente rispetto a quello delle istituzioni dello stato.
Tali ambiti intermedi costituiscono i ” partiti” che richiedono una collocazione costituzionale e quindi una legge ma questa legge non sarà efficace se non prevede la separazione netta tra questi ambiti e gli ambiti istituzionali.(4) Il potere dei partiti deve dunque essere declinato e separato da quello delle istituzioni dello stato per la differenza “ontologica” che esiste tra queste due realtà. Concepito come ente intermedio il partito deve svolgere due funzioni di grandissima rilevanza, ma solo due:
1) candidare persone per le cariche istituzionali dello stato e
2) costituire un’agorà di idee e  progetti di natura politica sulla base dei quali si articoleranno le candidature.
Se il potere di proporre candidature non fosse esterno a quello delle istituzioni si confonderebbe la legittima elezione democratica con la cooptazione che è sostanzialmente quello che avviene adesso. L’obiezione secondo la quale il potere di candidare spetta già oggi ai partiti, che non sono organi dello stato, si rivela falsa sulla base del fatto che in assenza di separazione tra ruolo partitico e ruolo istituzionale, la valenza cooptativa che annulla l’esternità, diventa dominante.

Il discorso precedente impone dunque di delineare un livello costituzionale intermedio da distinguere sia dalle istituzioni comuni, cioè quelle proprie dello stato, sia dalla variegata ed effervescente società civile la quale è fatta da cittadini singoli o associati che esprimono i più svariati interessi e producono le più disparate idee e progetti. Quando queste idee assurgono alla dimensione complessiva della intera polis e hanno come riferimento il termine “tutti”, possono essere definite “politiche” e devono trovare spazio all’interno della dimensione mediana dei partiti politici che abbiamo descritto sopra. L’importanza di un’autodefinizione politica, cioè della coscienza di fare politica è fondamentale, perché ogni idea e proposta, se parte da ambiti particolari e in difesa del particolare, non raggiunge il livello propriamente politico e va distinto da esso.
Chiunque ovviamente può formare un partito ma il confine tra un’istanza riferita ad una parte della società e un’idea che riguarda “tutti” deve essere chiaro e deve discriminare, l’ambito politico dagli ambiti socio-sindacali di una società democratica.
Un partito dei pensionati piuttosto che degli animalisti non può raggiungere il livello della politica perlomeno nell’ accezione ristretta del proprio oggetto.
In ogni caso il livello intermedio che è quello della politica/partito, non è superabile in una società che non vuole cadere in forme populistiche e/o totalitarie (democrazia diretta, teledemocrazia, ecc.).
Non è questa la sede per sviluppare il nesso robusto che c’è tra l’individualismo deteriore della tarda modernità, con le sue valenze relativistiche e post-moderne, e la richiesta di una democrazia del bottone, dove la scelta politica dovrebbe essere fatta da individui che schiacciano un bottone secondo le loro visioni senza dialogare con gli altri.

E’ chiaro che il terzo livello che abbiamo definito “società civile” richiede una radiografia particolare non solo perché è la base degli altri due ma perché è la sede di poteri (che qualcuno chiama “forti”) che possono condizionare l’intero sistema sociale.
Le manifestazioni più “forti” della società civile sono da individuare negli organi di stampa e nel potere economico. Queste due aree, a volte intrecciate tra loro, dovranno essere oggetto e soggetto di interesse generale da parte dei partiti e delle istituzioni. La loro intelligente regolazione risulta indispensabile per il sistema complessivo e per la fisiologicità degli altri due livelli.

Infine due parole per realizzare una procedura di esternità e quindi di controllo che sia davvero efficace. Tale esternità, ovvero il compito di controllare ogni potere che travalichi i propri confini, non potrà realizzarsi in un clima di mere elezioni condizionate dal danaro. In questo contesto tra le varie alternative va considerata la pratica del sorteggio, magari mitigata da procedure che ne attenuino la componente aleatoria, per l’elezione di vari ambiti partitici e statali.(5)
L’assetto costituzionale così definito deve mettere ogni istituzione in grado di funzionare senza paralisi in modo che le particolari funzioni democratiche della discussione, consultazione e coinvolgimento, non diventino elementi di incapacità decisionale e stallo politico.
Il principio filosofico che ispira questo modello sociale prefigura una società caratterizzata da un livello di democrazia molto più elevato di quello vigente capace di rispondere alle crisi contemporanee con lo sforzo collettivo di tutta la società o, per essere più realistici, di buona parte di essa. Le forme politiche in vigore non consentono questo risultato perché impediscono che le risorse più valide della società possano portare contributi alla gestione complessiva della società stessa e deprimono la politica.
La tripartizione di ambiti formali descritta (società civile, enti intermedi partitici, istituzioni dello stato) prevede che si producano forme politiche capaci di coinvolgere le forze più vive della società oggi completamente emarginate e non interessate né all’ente intermedio (partito) né all’istituzione dello stato. In tal modo le forme in vigore riducono il livello politico delle istituzioni dello stato ad una parte sociale come le altre, per cui lo stato perde in primis la legittimità e l’autorevolezza di cui necessita per poter governare le altre parti e cioè l’intera società.
Questa perdita di autorevolezza da parte delle istituzioni dello stato fa si che gli ambiti “forti” presenti nella società, più che essere regolati dallo stato regolino e influenzino lo stesso apparato statale.
La declinazione concreta di questo modello non è applicabile solo alle istituzioni dello stato ma anche e specialmente alle istituzioni internazionali presenti e future senza le quali la società globalizzata andrà incontro ad un destino non necessariamente umano.
Non sfuggirà a chi analizza attentamente questo modello, la tendenza ad aumentare prestigio e potere delle istituzioni statali e sovrastatali ma anche degli ambiti intermedi a cui viene affidata la fondamentale funzione di elaborare programmi e proposte accompagnate dalle persone fisiche che occuperanno per alcun tempo le istituzioni dello stato.
Il modello complessivo che qui si propone implica il cambiamento delle forme in vigore a favore di altre più capaci di stimolare le idee, i progetti e le proposte complessive di gestione della società. Si tratta però del livello delle forme che non possono esaurire tutto il contenuto e la ricchezza sociale; ne costituiscono però la condizione preliminare perché si possa realmente sviluppare una politica. La coscienza di questi meccanismi e dei loro limiti è parte integrante del rivoluzionario processo di cambiamento che stiamo proponendo.

Pino Polistena

1) Pur essendo problematica l’idea di un’uscita dalla modernità è quella che un processo cosciente di azione politica deve adottare.

2) Il processo di esternità indica la necessità che qualunque dimensione abbia la  propria genesi o legittimità fuori dal proprio stesso ambito specifico. Vedi “il principio di esternità”

3) Questo concetto è della massima importanza perchè individua nella modernità una società plurale fatta cioè di molti sottoinsiemi  che deve badare a non rendere “parte” o “sottoinsieme” la dimensione che deve regolare tutte le altre, quindi la dimensione delle istituzioni politiche. Se questa preoccupazione non c’è ( e di fatto non c’è stata) l’intera società sarà soggetta a forti perturbazioni che vanno distinte dalle crisi di crescita e dai problemi dello sviluppo.

4) Vedi la riforma principe

5) Avere il coraggio di istituire procedure di sorteggio dove però il sorteggio interviene tra “competenti” già selezionati magari da un’ elezione avrebbe un effetto di forte libertà da condizionamenti di ogni istituzione così prodotta e la libertà si traduce in autorevolezza.