La politica non c’è, se non c’è lo sforzo di cogliere il tutto della società. Essa è conquista, è l’azione di uomini che pensano per tutti perché sanno gettare uno sguardo su tutti.
Chiamo vizio il “ritardo della politica”, la mancanza di analisi legate a meccanismi ancora fermi al paradigma aristotelico che in scienza è stato superato da Galileo in poi. La formula aristotelica dello zoon politikon (secondo cui l’uomo è un animale politico) rimane ancora oggi in voga, e non viene  superata (vedi l’errore di Aristotele). (1) In politica abbiamo dunque un ritardo di 4-5 secoli rispetto ai traguardi raggiunti da scienza e tecnologia.
L’uomo è un animale sociale e su questo non ci sono dubbi perché la socialità è parte fondamentale dell’uomo come persona e come individuo, ma non è un animale politico (per il motivo che visione collettiva e solidarietà sono un traguardo della politica, e non un fatto naturale).

Ovviamente non possiamo comprendere questa materia senza compiere il salto notevole che separa la società antica da quella moderna la quale si presenta con caratteri assolutamente nuovi a partire dal Rinascimento. La società moderna è immensamente più grande ed articolata come lo sono i nuovi Stati, ed è notevolmente differenziata, cioè divisa in innumerevoli parti (sfere di appartenenza e/o ambiti). (2)
Questa separazione in sfere non si spiega solo con la crescita della popolazione, ma anche con le conseguenze della rivoluzione industriale.
Per i concetti di storia e di potere la definizione aristotelica calza a pennello: l’uomo è un animale di potere, l’uomo è un animale che fa storia; ancora oggi una mancanza di chiarezza teorica intorno alla politica, dovuta in parte a quest’idea, contribuisce a rendere difficile la comprensione del problema.
Quando la relazione di potere diventa prevalente, la politica (l’attenzione verso tutti) viene meno e può accadere che pochi si accorgano della sparizione dell’essenza politica. E’ quanto è accaduto nella lunga storia dell’occidente. Non bisogna dimenticare che il concetto moderno e avanzato di “sovranità popolare”, che prelude all’azione politica, è già presente nel mondo antico; ed è un concetto che si può ritrovare proprio in Aristotele. Questa idea sparisce e ricompare solo con Marsilio di Padova agli inizi della modernità.
La modernità è nata con un vizio di fondo, una vera patologia che impedisce che le attuali istituzioni statali possano gestire la società planetaria globale, possano cioè funzionare adeguatamente. Ci dobbiamo allora preparare a gravi accadimenti, che non sono legati alla storia o al caso, ma alle  strutture istituzionali di cui disponiamo che sono portatrici di patologie dovute a un grave ritardo della teorica politica.
Vediamo allora di sintetizzare la nostra proposta evidenziando l’insostenibilità dell’attuale modello statale planetario.
La politica non c’è, si è detto, se non c’è lo sforzo di cogliere le esigenze della società intera. Questa mancanza di consapevolezza ha messo la modernità in balia della logica di Westfalia che è la logica della continuazione della guerra come soluzione.
Sebbene la società e la cultura nella stessa modernità abbiano sviluppato valori e idee di grandissima valenza civile e morale – basti pensare a E. Kant – la prevaricazione prevale sulla politica. E si fa essa stessa politica, ma in maniera patologica.
Il problema consiste nel fatto che il popolo, nella sua generalità, non può esprimere alcuna unità essendo  una entità che, nelle grandi aggregazioni moderne, è molto vasta. E sebbene riesca a produrre forme di autorganizzazione queste non possono porsi come “enti intermedi” tra istituzione pubblica e gente comune. Nasce da qui l’esigenza di un ente intermedio (identificato con i partiti) avente la funzione di consentire, realmente e realisticamente, un’organizzazione attraverso cui il popolo sia in grado davvero di esercitare la sovranità selezionando la classe dirigente. Il modello democratico prevede che questi enti intermedi possano essere molti (pluralismo) e che comunque possano sviluppare tra loro una dialettica legittima ritenuta da alcuni l’essenza stessa della democrazia. E’ il caso di ribadire che senza lo sfondo democratico che vede la società come fonte e genesi di sovranità e legittimità il cosiddetto ente intermedio sarebbe completamente inutile.
Una prima osservazione su questo ente, che potrebbe risultare sorprendente, è quella della  sua assenza nelle grandi teorie politiche. Sebbene già il liberalismo classico prevedesse un momento elettorale come procedura per determinare la rappresentanza, l’ente intermedio o partito non solo non era stato teorizzato, ma molti autori ritenevano esiziale la presenza dei partiti in quanto potenziale rovina, scissione o frammentazione sia della società che dello stato. Ci sono stati autori che hanno intuito l’importanza del partito, (2) ma  i grandi teorici come Locke, Montesquieu e Rousseau lo hanno ignorato. Anzi, quest’ultimo era contrario ad ogni forma di rappresentanza.
Il partito dunque fu un parto tardivo e per di più non voluto. Più che altro fu un’imposizione della realtà che ricordava alla  teoria politica moderna le sue carenze rimproverandole di non aver previsto uno strumento essenziale che mediasse tra cittadini e istituzioni, consentendo politicità e democraticità. Il partito nasce concretamente e si assesta di fatto senza una teorizzazione che ne spieghi la necessità. Naturalmente una volta nato si è sviluppata un’immensa letteratura su di esso, ma prevalentemente sociologica, cioè descrittiva. Questo carattere, quello di non essere stato previsto, cioè di essere nato a posteriori, deve essere considerato e approfondito. Ecco le parole di uno dei più grandi studiosi dei partiti, Maurice Duverger:
Nel 1850 nessun partito al mondo, tranne gli Usa conosceva i partiti politici nel senso moderno del termine. Vi si trovavano tendenze, clubs popolari, associazioni di pensiero, gruppi parlamentari ma non partiti propriamente detti. Nel 1950 questi operano nella maggior parte delle nazioni civili mentre le altre cercano di imitarle. Come si è passati dal sistema del 1850 a quello del 1950? (3)
Secondo  molti autori i partiti in senso moderno sono un fatto recente. Sarebbero nati in prevalenza dentro alle istituzioni come gruppi o partiti parlamentari (4) e non quindi come enti intermedi con precise funzioni di raccordo tra le istituzioni e i cittadini. Essendo avvenuto il primo vagito dei partiti internamente alle istituzioni dello stato, e a questo livello (posto che questa ricostruzione genetica sia corretta) rimane ancora la bi-partizione stato-società perché un partito (immedesimato nell’azione parlamentare) non è un ente intermedio. Se ragioniamo su questo punto possiamo giungere ad un primo risultato: un partito moderno, inteso in senso generale, non è necessariamente un ente intermedio.
La forma-partito fisiologica, che è quella di un ente intermedio che organizza permanentemente la società civile, ma si distingue  dalle istituzioni, è praticamente inesistente in tutto l’occidente moderno dove vigono o partiti i cui dirigenti cumulano anche ruoli istituzionali (oggi costoro si chiamano Renzi, Merkel, Camerun ecc. ma nel passato la forma era identica, cambiavano solo i nomi) o semplicemente sono gruppi elettorali che non prevedono di fatto alcun ente intermedio capace di controllare e dialogare con le istituzioni.
Discende da questo discorso la necessità di prevedere un luogo che non può essere casuale o auto organizzato ma un vero luogo “politico” previsto dalle leggi fondamentali a cui viene delegato il compito di selezionare le persone per le istituzioni. Questo luogo, se vuole mantenere la sua funzione essenziale, deve essere distinto dalle  istituzioni propriamente statali e deve distinguersi attraverso la non cumulabilità delle cariche prevista per legge o inserita nelle costituzioni, i limiti dei mandati e la separazione dei ruoli.

Pino Polistena

(1) L’errore di Aristotele
(2) Per esempio Harrington e Burke
(3) Citato in G. Galli “i partiti politici”  (intr. VI)
(4) Questa è la posizione di Duverger