Segnaliamo quest’articolo di Gerardo Mazziotti  uscito su “Il Napoletano” del 23 marzo 2015

Anche il governo Renzi intende “riformare” la giustizia. Ma se “riformare” significa “riordinare, rinnovare, migliorare, ottimizzare“ non penso che si raggiunge questo scopo con la riduzione delle ferie e con la introduzione della responsabilità civile dei magistrati. Un principio, questo, che si sarebbe dovuto introdurre dopo il  referendum del novembre 1987 ma che non ebbe  attuazione per le complesse “disfunzioni” che avrebbe provocate. Perciò concordo con la saggia proposta degli Stati Generali della Giustizia (magistrati, avvocati, accademici, professori universitari, intellettuali) per esaminarne tutti gli aspetti e per trovare la soluzione ottimale. Non c’è alcun dubbio che l’attuale sistema giudiziario italiano vada “riformato” per dare esauriente risposta alla domanda di giustizia, che i cittadini vogliono “equa e rapida”.
E che sia in grado di smaltire in tempi brevi l’arretrato penale di 3,5 milioni di  processi, che i magistrati attribuiscono a carenze di organico, di personale ausiliario, di fotocopiatrici e di materiale di cancelleria.

E non a un sistema giudiziario strutturato in modo poco efficiente. Occorre creare le condizioni perché la magistratura possa svolgere il suo lavoro in modo efficiente e celere. E anche sereno.  Per capire cosa succede nelle aule dei Tribunali e come si lavora nelle Procure e perché, per esempio, nel 95% dei casi i processi penali si concludono con una sentenza di non doversi procedere per prescrizione, basta leggere “Toghe rotte” del Sostituto Procuratore di Torino Bruno Tinti. Al libro “La toga rossa” di Francesco Misiani si ispira la corrente Magistratura Democratica, dichiaratamente di sinistra. Porto opinione che lo scopo primario della riforma dovrebbe essere quello di impedire che una larga parte della magistratura italiana invada il campo della politica con le correnti ideologiche e che si organizzi in un sindacato di categoria.
L’Associazione Nazionale Magistrati è una corporazione, che, con buona pace della distinzione e separazione dei poteri, fa i propri interessi operando nel e sul sistema politico senza mandato popolare e non pagandone i costi. In una trasmissione radiofonica di tanto tempo fa, “Ascolta si fa sera”, il Maestro del Diritto Francesco Carnelutti pronunciò la frase “Quod non dixit non voluit” per dire che è fuori dalla Costituzione tutto ciò che non è previsto. Mi è venuta in mente, assieme alla struggente nostalgia della sua suadente voce e della affascinante musicalità del suo eloquio, a proposito dell’esistenza nel nostro paese di un sindacato di categoria  e di varie correnti ideologiche dei magistrati italiani. I quali dovrebbero rendersi conto che, aspirando a occupare una parte dello spazio pubblico, sono inevitabilmente destinati a prendere posizioni, sconfinare in altri territori, offrire il fianco ad accuse, rispondere polemicamente alle critiche di cui sono oggetto.
Riporto quanto ha scritto Luciano Violante, ex presidente della Camera dei deputati “Le correnti si sono trasformate da luoghi di discussione e approfondimento in ben oleate macchine di potere interno. Basti considerare che, prima o poi, tutti i capi corrente sono eletti al CSM. La conseguenza è che oggi chi non appartenga a una corrente o non sia protetto da un partito difficilmente arriva a ricoprire incarichi rilevanti. (…) Bisogna difendere l’indipendenza dei magistrati dalle correnti ideologiche, e bisogna trovare il modo di superare quel corporativismo sindacale che i Costituenti speravano di avere eluso”. Talché, considero pregiudiziale l’immediato scioglimento di tutte le correnti ideologiche e dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ho scritto e ripeto che non sono previste dalla Costituzione. E che non esistono in nessun altro paese al mondo. Ha scritto Sergio Romano .“Hanno fatto scendere i magistrati dal gradino su cui la Costituzione li aveva collocati. Hanno forse difeso i loro interessi ma non hanno giovato alla loro immagine e alla loro autorevolezza”.  
Gerardo Mazziotti, premio internazionale di giornalismo civile

PS/ il settimanale del CdS SETTE n.12 del 20 marzo scorso pubblica la lettera dell’avv. Vito S. Manfredi di Milano sui tempi biblici della Giustizia che prende spunto da un articolo di G.A. Stella nel quale si legge, tra l’altro “ E’ più grave una sentenza così medioevale da essere ridicola  o è più grave che questa sentenza arrivi dopo un tempo inaccettabile per ogni altro paese civile ?”