Passata la frenesia mediatica, precedente e successiva all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, ritengo sia il caso di fare qualche riflessione sul discorso di insediamento, del quale discorso, mi hanno colpito tre aspetti che più avanti commenterò.
Prima  di farlo però ritengo sia il caso di fare una premessa, in relazione alla provenienza del nuovo inquilino del Colle, cioè la Corte Costituzionale, il fatto di essere stato un giudice della Suprema Corte, mi aveva dato un’aspettativa, prontamente delusa dal predetto discorso di insediamento, che si tornasse alla “normalità costituzionale”.
Pensavo (errando) di finalmente avere una persona che riportasse quella carica istituzionale, nei limiti indicati dal Testo della Costituzione, invece sembra proprio che abbia iniziato un percorso, che viaggia all’interno della costituzione materiale, che altro non è, che una controcostituzione, non scritta, fatta su misura dell’inquilino del momento (da chi lo appoggia) e delle situazioni nelle quali si trova a convivere.

Se si dimenticano i due articoli della Costituzione che sanciscono in maniera categorica, sia l’assoluta irresponsabilità del Presidente, che: chi deve presentare tutti gli atti a lui sottoposti; che a loro volta, ne sono gli esclusivi responsabili. Se dimentichiamo questo, allora la Carta Costituzionale, perde le maiuscole e diventa carta straccia.

Fatta questa premessa, evidenzio i tre aspetti che mi hanno particolarmente colpito:

–    L’essersi dichiarato “il garante della Costituzione”.
–    L’essersi definito arbitro imparziale.
–    L’aver praticamente presentato un programma di governo.

Fino agli anni novanta il termine “garante”, nei dizionari e/od enciclopedie, dal Tommaseo alla Treccani, aveva un solo ed unico significato: Che o chi dà assicurazione del mantenimento di un impegno da parte di altri, per qualcuno o di qualcosa. Questa esplicita definizione, sul piano legale, comporta che il garante è responsabile, in solido e/o singolarmente, di ogni mancanza da parte del mallevato, rispetto agli impegni assunti.
Negli anni novanta, con l’istituzione delle Autority, compare un secondo significato: Organo della pubblica amministrazione, preposto alla salvaguardia ed alla vigilanza in ordine al rispetto delle leggi riguardanti settori connessi alle attività sociali, economiche e produttive di particolare rilevanza. Anche chi è preposto alla direzione di tali organi.
Chiarito, il significato del termine, appare evidente come sia inutile cercare nella Costituzione una qualsiasi parola che implichi una qualche funzione di garanzia da parte del Presidente della Repubblica, anche perché con quel “termine”, si sarebbe caricata quella Istituzione di responsabilità per conto terzi, mentre ci sono ben due articoli della Costituzione che certificano che sono altri che si devono prendere la responsabilità di quanto fatto da quella figura istituzionale, e che comunque nell’esercizio delle proprie funzioni il Presidente non  è assoggettabile a responsabilità di sorta. Quindi trattandosi di funzione non prevista dal Testo della Costituzione, di un autoinvestitura, basata sul nulla.
Ricordo inoltre, che neanche negli anni nei quali la Corte Costituzionale non era ancora istituita, il Presidente protempore, ha mai esercitato alcun controllo sulla correttezza istituzionale dell’operato dei vari organi dello Stato, funzione demandata, in ragione della disposizione transitoria VII (secondo comma) nelle forme e nei limiti delle norme preesistenti all’entrata in vigore della Costituzione.

La promessa di essere arbitro imparziale, mi ha lasciato e continua a lasciarmi sconcertato, anche perché riferita non a contendenti di incontri sportivi, ma ad Istituzioni dello Stato e/od a questioni all’interno delle stesse.
Nei nove articoli nei quali vengono codificate: le prerogative, le funzioni, e quant’altro attiene all’esercizio di quell’incarico istituzionale, non compare una sola parola che possa far prefigurare, una incombenza di quel tipo. 
Il solo articolo 134, chiarisce quali possano essere i possibili contrasti tra le varie istituzioni dello Stato, e stabilisce chi ha il potere di dirimerli: la Corte Costituzionale; i contrasti nel Parlamento, vanno risolti con la forza dei numeri, non certo da un “arbitro imparziale”. Bisogna ricordarsi poi, che per essere “arbitro” in una qualsiasi vertenza, bisogna essere accettato dalle parti in causa, altrimenti la funzione arbitrale non sussiste. Ribadisco quindi, l’arbitraggio nel senso prospettato dal neo Presidente, non esiste nella Costituzione, ed in certe situazioni, può addirittura configurarsi in una violazione del predetto articolo 134.
Il massimo che si può concedere al Presidente, senza intaccare quanto previsto dalla Carta, è quello di proporsi come Padre Nobile, in eventuali dispute non inquadrabili nei casi previsti dal Testo, ma non certo come arbitro, anche per non correre il rischio di essere rifiutato da una delle parti.

Per ultimo ha indicato 13 punti, sui quali intervenire, ma almeno questa è stata la mia impressione, più che un cahiers de doléances, a fronte del quale chiedere risposte che ne attenuino e/o ne eliminino le cause, è sembrata una vera  e propria lenzuolata di obiettivi di buon governo. Cosa buona si dirà! Io dico violazione dell’articolo 94 della Costituzione, nel quale si sancisce che la responsabilità della politica generale del governo, è unicamente del Presidente del Consiglio protempore, e di nessun altro.
I proclami alla Nazione del Presidente, non sono costituzionalmente previsti, sempre per via  di quei due famosi articoli, non ci può essere “competizione” tra una Istituzione irresponsabile” ed una che responsabile invece lo è, sotto tutti i piani, legali e politici. Competizione che invece si aprirebbe se ci fossero divergenze sugli obiettivi del governo, nel caso il Presidente avesse titolo per dare delle indicazioni programmatiche al governo stesso.
Anche in questo caso, si può ritenere che nella veste, non ufficiale, di “padre nobile”, possa dare dei “consigli”, ma non certo direttive.
Se i Padri costituenti, avessero inteso dare un tutore al Presidente del Consiglio, lo avrebbero esplicitato nel Testo, invece si sono limitati di inserire nell’art. 87, tra le varie funzioni, la possibilità di inviare messaggi al Parlamento. Il messaggio, è ben altra cosa che indicazione e/o “direttiva”.

Chiudo tornando all’inizio, mi spaventa che un Presidente che proviene dalla Corte Costituzionale, appena fatto il giuramento di fedeltà alla Repubblica e di  osservanza della Costituzione, abbia imboccato la più gratificante via parallela della “costituzione materiale”, seguendo le orme dei precedenti presidenti (da Pertini in poi) che avevano provenienza esclusivamente politica. Se la Costituzione non va più bene, la si cambi alla luce del sole, utilizzando gli strumenti previsti, ma non lo si faccia, surrettiziamente, proclamando come la nostra Costituzione sia intangibile, oltre che la più bella del mondo!

Romolo Rubini