(Elogio della corruzione – Rischi della politica – Lobby e tangenti –  Conclusione: approdo alla fase due)

L’intento di questo scritto è mettere il fenomeno della “corruzione percepita” in rapporto al “rischio politico”. In un’ottica globale. 

Elogio della corruzione (1)
Negli ultimi decenni il mondo accademico si è soffermato a riflettere sui concetti di “complessità” e di “caos”. Dice Edgar Morin: “nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti ed alcune cose rimarranno sconosciute”. Servito questo assaggio di nobile fattura, evito di addentrarmi oltre su terreni così impervi con definizioni di entrambi i concetti e sfaccettature di significati. Mi limito a sintetizzare l’idea che ho ricavato dall’insieme di certe letture. Volendo rappresentare la complessità con un’immagine, proporrei il disegno di un aereo – mentre solca i cieli. E mantenendomi nel medesimo filone, ma riducendo le dimensioni per motivi pratici, raffigurerei il caos con una scatola piena di tanti pezzi quanti sono necessari per comporre lo stesso modello di aeroplano, in miniatura. Poi lascerei all’interlocutore il compito di aggiungere tutte le variabili che la realtà in cui è immerso (che spesso supera di gran lunga la fantasia) e la sua mente sono in grado di suggerirgli. Esempio: trattasi di un regalo riciclato; d’aver ricevuto la scatola per errore, scherzo o dispetto; il bambino ha rovesciato la scatola e il cane ha ridotto a brandelli le istruzioni (o viceversa: il cane ha fatto cadere la scatola e il bambino ha trafugato, forse addirittura ingoiato, alcuni minuscoli pezzi); la fabbrica di modellini è fallita; il vostro matrimonio è in crisi; state per perdere il lavoro, per essere cacciati fuori di casa. Chi ha mai tentato di montare un mobile IKEA e ha scoperto strada facendo di non essere un patito del faidate, non ha bisogno di suggerimenti: ha ben chiaro di che caos si sta parlando.

Tra complessità e caos è sempre presente e spesso si materializza, tangibile, il terzo incomodo: l’imponderabile. Ossia il “rischio”, che può assumere innumerevoli aspetti, geopolitici, ambientali, economici, eccetera. Ora, volendo assegnare un valore numerico di riferimento da uno (1) all’infinito (∞), dove l’1 sta per un “aggregato organico” funzionante, e all’altro estremo (∞) il caos, direi che la corruzione va a mille (2). Ma attenzione, l’elogio della corruzione non consiste nel riconoscere in essa un meccanismo oleato, quasi perfetto, molto più vicino all’uno “armonico”, piuttosto che tendente al caos dell’infinito. Approfondiamo in seguito. E’ pertanto vero che essa mostra e conserva delle caratteristiche antiche (d’idra mitologica dalle molte teste capaci di riprodursi) e allo stesso tempo, caratteristiche moderne ed estremamente avanzate come le nanotecnologie, dove la materia ricompone da sé il guasto. Per farla breve, la corruzione entra nel quadro dei rischi della politica. Ovviamente non solo in questo ambito, ma noi restringiamo il campo alla gestione della cosa pubblica.

Rischi della politica
Molte, oscure, complicate. Così vengono sintetizzate le norme che ci governano, in un recente libro dal titolo eloquente: La trappola delle leggi di Bernardo Giorgio Mattarella (Norme e linguaggi che separano).
Corruptissima re publica plurimae leges (moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto): ovviamente quand’è in latino, il sermone viene da ben lontano.
L’esercizio del potere comporta una sequela di norme che rincorrono un numero smisurato di comportamenti, umani e disumani, con sconfinamenti nel surreale, da scoraggiare analisi di tipo esaustivo.
In estrema sintesi il potere assoluto (di re e dittature d’ogni risma) ha prodotto gerarchie altolocate di nobili, sommi prelati e autorità da un lato, e al lato opposto schiere di sudditi, di servi della gleba e lavoratori ad essi equiparabili, di poveri e schiavi.
Il potere democratico, nelle sue imperfezioni, vede affermarsi oligarchie e classi di cittadini più o meno abbienti e privilegiati, e cittadini ai margini della società. In una comunità che si autodefinisce democratica non dovrebbero invece sussistere sacche di povertà tali da essere qualificate a livelli di supina sudditanza e di latente schiavitù. La corruzione, nella percezione comune di uno stato moderno, potrebbe essere situata nel filone delle disfunzioni del potere democratico, piuttosto che nella fascia che rende schiava l’intera comunità. Si ruba quello che c’è. In una sequenza fatta di sfumature progressive collocherei per primo il lassismo, poi la corruzione, e via via il malaffare, infine la cieca bramosia che sfocia nell’ottundimento della ragione. 
Negli ultimi decenni, il rischio politico (insito nella rappresentanza democratica) è lievitato a vette mai raggiunte prima, da suggerire il riposizionamento del problema corruzione (nel suo significato classico) su un gradino intermedio. Si dovrebbe invece coniare un neologismo adeguato ai tempi allorquando l’andazzo sconfina nella follia. Infatti se escludiamo gli scenari di guerra, in tempi normali accanto alle funzioni di tassare i cittadini, di amministrare la giustizia e in genere di gestire la cosa pubblica, si sono andati configurando rischi nuovi.
La storia narra che nel 149 a.C. Roma rase al suolo Cartagine. Undici lettere dell’alfabeto descrivono le fasi finali di una battaglia che ha richiesto molte settimane per essere portata a termine. L’incendio di Cartagine divampò per oltre dieci giorni. E ce n’è voluta di fatica, con i mezzi di allora, per raderla al suolo!
Oggi in tempi di pace un avvenimento della natura, come lo tsunami, combinato con la presenza di una centrale nucleare, può innescare il finimondo.
Incombono sulle nostre teste rischi esponenziali, occulti, infinitamente maggiori di quelli preesistenti. Tutti fanno capo alla gestione della politica. Si addensano tutti, in parte a nostra insaputa, sul nostro cammino presente e futuro con un effetto potenzialmente devastante, tale, da renderci immediatamente, di nuovo, o schiavi o semplici reperti di un’epoca post-democratica.
Riporto qui parte del mio commento al testo di Fausto Capelli, Salvare l’Italia coinvolgendo gli italiani.
“L’excursus sull’intero sistema Italia, corredato di citazioni, analisi e suggerimenti, è straordinario. Chapeau! La lettura sarà particolarmente utile in vista del dibattito in corso sulle regole da darsi e sugli obiettivi del gruppo FdP. Il testo tuttavia, se preso soltanto nell’ottica anti-sistema italiota, sembra riflettere l’ideale di un “piccolo mondo antico”. La globalizzazione ha introdotto scenari che superano le vecchie barriere (legali e illegali) pre-anni ’80. Le incursioni provenienti dalla finanza globale (es. prodotti tossici venduti a comuni piccoli e grandi; es. guerra legale contro le norme anti-fumo dell’Uruguay  fanno apparire le vistose disfunzioni del nostro apparato politico-amministrativo come un’abusata pratica goliardica”.
Vengono citati nel commento due casi di rischi che andando a incidere nel futuro di una comunità, possono alterare a tal punto il decorso degli eventi da rendere schiavi noi e le generazioni a venire. Mi ripeto, ma l’intento è chiaro. Quindi costituiscono potenzialmente rischi incontrollabili: la somministrazione di derivati, gli accordi internazionali sul commercio secretati, le guerre camuffate da difesa, portate cioè in casa altrui a destabilizzare interi continenti per sottrarre loro ricchezze, le licenze di estrazioni minerarie (fracking), la geo ingegneria, tutte quelle decisioni che coinvolgono il futuro avendo un effetto esponenziale.

Lobby e tangenti 
Alcuni passaggi tratti dal mio e-book, Il labirinto della ragione, sintetizzano il pensiero di due attenti osservatori della scena politica americana.
“A Washington c’è K Street da una parte, Pennsylvania Avenue dall’altra. Sono due sfere confinanti ma distinte: da una parte le lobby, dall’altra le istituzioni dello Stato”. Federico Rampini è sedotto da questa divisione ordinata di spazi e di ruoli (quella descritta sembra la visione di un giardino fiorito, ben diviso per aiuole, dove ogni fiore è messo a dimora con gusto raffinato e sensibilità cromatica). Infatti più avanti aggiunge che l’America per certi versi è il regno delle lobby, ma questo – per lui – non significa che la lobby possa “farsi Stato”, mischiarsi fino alla confusione dei ruoli, sostituirsi alle sedi istituzionali delle decisioni. […] Comprensibilmente, ha davanti agli occhi, mentre scrive le pagine  de’ Alla mia sinistra, le notizie che gli giungono dall’Italia dei Bisignani e della P4. […]
Intermezzo di Sheldom Wolin: “A differenza del cittadino come elettore occasionale, il lobbista è un ‘cittadino’ a tempo pieno… In quanto forma politica indicativa di dove è davvero il potere, le lobby sono il perfetto complemento dell’impero.”
Mark Mazzetti, in Killing Machine, fa notare che le guerre americane saranno sempre più orchestrate da multinazionali e come tali saranno motivate da interessi privati. I personaggi al top di queste multinazionali, quando hanno un’idea in testa, non si limitano a esprimerla in termini teorici, ma fanno di tutto perché ciò accada. E infatti “i contractor del governo grandi e piccini formano oggi un anello attorno alla capitale, simile a un esercito che cinge d’assedio una città medievale”.
Disparità di vedute a parte (sul fatto che l’uno – Rampini – vede serietà di approccio, nello stare in spazi preordinati, e gli altri due studiosi vi scorgono una arretramento della democrazia e perfino una connotazione medievale), come chiamare il flusso di denaro che scorre da una parte all’altra dentro il vortice delle commesse, dei favori, degli scambi di poltrone? Tangenti, provvigioni, o c’è un malcelato groviglio affaristico che tutto copre, avvolge e mistifica? In quale punto della nostra scala ipotetica, da 1 all’infinito, sono da collocare questi accadimenti? Se poi, a questo stato dell’arte, accostiamo la riflessione iniziale di Edgar Morin che identificava imprevedibilità e paradosso come elementi sempre presenti della modernità, l’opacità della politica (che Rampini sembra non vedere) rende ancora più preoccupante il quadro d’insieme. E gli effetti sono evidenti, dai finanziamenti occulti a gruppi belligeranti agli effetti boomerang causati dalle evoluzioni impreviste di matrice terroristica, dai cambiamenti a volte silenti a volte catastrofici scatenati da madre natura, con la complicità dell’uomo.
Qui di seguito alcune indicazioni per approfondire:
•    Terremoti e attività umane: che cosa è successo in Emilia?
•    WikiLeaks: Il “Capitolo Investimenti” dei negoziati segreti per il Trattato TPP
•    Derivati, cosa sono e perché hanno messo nei guai le casse dei comuni
•    Lo Stato Italiano scommette in derivati e perde 42,6 MILIARDI
•   Nonostante tutta la tecnologia del mondo, la corsa contro il tempo ci vede sempre in affanno

Conclusione: approdo alla fase due
“La politica, dice Pino Polistena, è lo sforzo di cogliere il tutto della società, è conquista, è l’azione di uomini che pensano per tutti perché sanno gettare uno sguardo su tutti”.
Di conseguenza possiamo desumere che, quando è paventato che dalle scelte dell’homo politicus possano scaturire crisi sistemiche, i meccanismi decisionali rientrano nel raggio d’analisi di un gruppo associativo denominato FdP? 
“Il fallimento totale dei negoziati sul clima, sostiene  Edgardo Lander, politico e scienziato venezuelano, serve a illustrare fino a che punto viviamo in una società post-democratica”.
A fronte di crisi epocali, cataclismi indotti o prodotti dall’uomo, che potenzialmente possono accadere in qualsiasi momento in un dato futuro, c’è da chiedersi fin dove è possibile spingersi in azioni di prevenzione. E in primis, il rischio politico può e/o dev’essere monitorato? Se sì, come?
Concordo con quanto scrive Franco Puglia: “il fine [di FdP] non può essere soltanto quello di sviluppare delle riflessioni che poi restano più o meno confinate in un ambito ristretto; […] IL FINE deve avere caratteristiche molto concrete, misurabili, traducibili in partecipazione crescente, prestigio crescente dell’associazione, visibilità mediatica, in altre parole un ESSERCI”.
Puntualmente, ogni anno ci si domandiamo se il formato organizzativo che ci siamo dati è buono, migliorabile, e così via. Dovremmo ragionare di più in funzione degli obiettivi di medio-lungo termine. E’ possibile configurare una fase due del percorso FdP che, partendo dalle premesse sin qui esposte, passi ad ipotizzare obiettivi da realizzare entro il 2020?
Negli ultimi decenni intorno ai concetti di “complessità” e di “caos” si sono materializzate esigenze e professionalità nuove che fondano la loro ragion  d’essere nella gestione del “rischio” (e/o della qualità, che altro non è che la facciata nobile dello stesso) . Alcune tipologie di certificazione sono nate su questo terreno: ISO, Classe A, First Line Leadership, (FCIB’s) CICE, avendo parametri iniziali di base piuttosto elementari.
Il nostro gruppo è in grado di formare “esperti idonei a soppesare il rischio politico” delle forze in campo sulla base delle “forme della politica”?
La fase due, della nostra “proposta di legge sui partiti”, può contemplare la valutazione degli stessi, il loro grado di criticità, per quanto riguarda statuti, regolamenti e democrazia interna?

Appunti in vista dell’incontro annuale FdP
AF 21/4/2015
 

(1) Per amor di patria e per giusta dose d’amor proprio, ci tengo a precisare di non essere beneficiario di tangenti, né penso di essere partito per la tangente.
(2) Per non inimicarmi oltremodo i benpensanti, aggiungo che trovo corretto mettere  il segno algebrico meno (–) davanti a mille. Il che dando valenza negativa alla frase, mi esime da ulteriori precisazioni.