Con la sentenza assunta il 23 giugno 2015 la Corte Costituzionale, nel dichiarare “illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi della Pubblica amministrazione” in vigore dal 2010, ha precisato che gli effetti della decisione saranno efficaci solo dalla data di pubblicazione della sentenza, e, quindi, non varranno per il passato.

Il provvedimento giurisdizionale è stato salutato con favore dai lavoratori del pubblico impiego, i quali, però, lamentano che l’esclusione della sua applicazione retroattiva è gravemente lesiva dei loro interessi, atteso che non è loro consentito recuperare la consistente perdita subita, atteso che in questi dieci anni i loro stipendi si sono ridotti tra i 3 ed i 4 punti rispetto all’inflazione.

Molti commentatori, dal canto loro, hanno soprattutto apprezzato la irretroattività della sentenza, motivando che, in caso contrario, lo Stato sarebbe stato esposto a pagamenti che avrebbero provocato gravi danni per il bilancio dello Stato.

Non essendone ancora stata pubblicata la motivazione, è lecito augurarsi che non sia questa la giustificazione dell’effetto solo successivo alla sua pubblicazione.

Se, malauguratamente, così fosse, si introdurrebbe un pericolosissimo, inusuale principio di diritto secondo cui il danneggiato dal fatto ingiusto, se il danneggiante è lo Stato, che dovrebbe essere il garante supremo della legalità, non ha diritto ad essere risarcito.

Da coloro che la pensano diversamente vorrei sapere – facendo un esempio banale – cosa penserebbero se, adita l’autorità giudiziaria per ottenere il rilascio di un loro immobile, concesso in locazione, per la morosità dell’inquilino protrattasi per un quinquennio, otterrebbero una sentenza che, disponendo lo sfratto dell’inquilino, esonera questi dal corrispondere i canoni non pagati.