Nel precedente articolo “Sorteggio qualificato, garanzia di competenza” , pubblicato il 27 dicembre 2015, sono state messe in evidenza le analogie e le differenze esistenti fra le realtà statuali di oggi e quelle dell’antica Atene democratica  nonché i necessari adattamenti che ciò comporta nei meccanismi partecipativi.
In questo scritto vogliamo  chiarire perché gli Stati odierni dell’Occidente non possono essere definiti democrazie  e cosa sta “bollendo in pentola” per rivitalizzare i sistemi rappresentativi.

Nei 2300 anni compresi fra il quinto secolo a.c. , che ha visto la nascita della democrazia ateniese, e la fine della Repubblica veneziana nel 1797, tutti gli stati almeno parzialmente democratici hanno sempre combinato le elezioni con il sorteggio, in quanto le prime consentono di scegliere i detentori di particolari incarichi secondo un procedimento necessariamente elitario (la “ferrea legge dell’oligarchia” enunciata da Robert Michels  nel lontano 1911),  mentre il secondo offre a tutti i cittadini  coinvolti una chance di partecipare alla gestione della cosa pubblica.
E’ solo con le rivoluzioni antimonarchiche del settecento (americana e francese) che tale principio venne interrotto, in quanto l’emergente borghesia intese sottrarre il potere agli aristocratici ed attribuirselo, escludendo totalmente il popolo. Basta leggere cosa scrisse l’abate Syeyes dal cui pamphlet ”Cos’è il terzo Stato” ha preso le mosse la rivoluzione francese per capire le intenzioni dei rivoluzionari: “ La Francia non è e non deve essere una democrazia… il popolo, ripeto, in un Paese che non è una democrazia (e la Francia non deve diventarne una) il popolo non può parlare e non deve agire se non attraverso i suoi rappresentanti”.
Oggi in Italia ci lamentiamo della “casta” ma la casta è esattamente il risultato che i rivoluzionari si ripromettevano di ottenere e quindi  si può ben dire che il loro disegno è andato a buon fine. Tale disegno è poi stato arricchito quando, a seguito dell’espansione del suffragio a categorie più ampie della popolazione, i politici hanno avuto l’ingegnosa trovata di etichettare e vendere  come “democrazia” un sistema di rappresentanza puramente elettivo che era stato concepito come antidoto alla stessa. Si è poi raggiunto il capolavoro quando si è riusciti a far inserire nella Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo il principio per cui la democrazia consiste “in libere elezioni tenute a scadenza periodica”. Da qui è nato il “fondamentalismo elettorale” che identifica le elezioni con la democrazia mentre il risultato che esse, da sole, ottengono è esattamente l’opposto.
Ma l’imbroglio ormai è evidente: l’unico potere democratico che hanno i cittadini è quello di mettere una crocetta su una scheda;  con tale azione inizia e contestualmente finisce il loro potere  che, da quel momento,  è completamente delegato ai “rappresentanti” ,  i quali in realtà rappresentano solo se stessi e l’elite di cui fanno parte.
Come ha ben scritto il filosofo francese Jacques Ranciére  nel libro “L’odio per la democrazia” gli Stati moderni non sono democrazie ma “stati oligarchici di diritto” i cui cittadini posseggono indubbi diritti politici, civili e sociali,  che peraltro non cambiano  di un millimetro la loro sostanziale impotenza di incidere sulle scelte politiche.
Negli ultimi decenni  vi sono state, in molti Paesi, numerose ed efficaci  esperienze di partecipazione sia a livello locale che nazionale. Solo per citare due esempi:  a New York una “giuria “ composta da cittadini sorteggiati ha discusso la destinazione da dare  a “Ground Zero”, cioè lo spazio su cui sorgevano le torri gemelle e le sue proposte sono state adottate dalla Città di New York. In Irlanda  un gruppo misto, composto di 66 cittadini sorteggiati e da 33 politici, ha elaborato una parziale riforma della Costituzione che ha comportato forti innovazioni rispetto alla tradizione culturale del Paese, come ad esempio  il riconoscimento delle unioni omosessuali. La riforma è stata approvata tramite un referendum tenuto nell’agosto 2015  con oltre il 70% dei voti.
In Italia  la Regione toscana si è dotata di un’apposita legge per favorire la partecipazione dei cittadini  ed ha già supportato vari progetti, attivando un dibattito pubblico su grandi interventi infrastrutturali e  finanziando processi partecipativi a livello  locale, basati sull’autoselezione dei partecipanti o sul sorteggio di un campione stratificato della popolazione di riferimento.
E’ stato anche proposto da alcuni studiosi, durante la discussione sulla riforma del Senato ,di valutare l’inserimento di una quota di cittadini sorteggiati in tale assemblea. Anche se la proposta non è stata accolta, essa indica una crescente legittimazione del sorteggio  che potrà avere interessanti sviluppi.

Roberto Barabino