La teoria politica ha riflettuto molto sul partito determinando una vasta, e a volte pregevole letteratura, ma solo sul versante sociologico. Il versante filosofico è rimasto paurosamente deserto.

Duverger, Mosca, Pareto, Michels Bryce e Ostrogorski per citare solo gli autori più noti, hanno spiegato tutto dei partiti con distinzioni sottili e acute, tuttavia l’ontologia del partito ossia ciò che lo rende necessario dentro l’universo democratico e moderno non si è vista quindi non è stata posta la differenza ontologica tra “partito” e “stato” e conseguentemente non si è nemmeno posto il problema del cumulo dei ruoli, che all’interno di una forma democratica presenta conseguenze che si rivelano vere patologie.

Possiamo dire che la specialità del partito come sottoinsieme sociale o come semplice associazione civile non è stata colta.

La ferrea legge dell’oligarchia, è una tesi di Michels piuttosto acuta, ma è sedotta da uno scetticismo che viene ancorato alla convinzione che il partito deve avere quell’esito qualunque forma assuma. L’errore sta nella convinzione che non possano esistere altre forme partitiche fuori da quelle vigenti il che si configura come un vero atto di arroganza se si tiene conto della nascita recente del partito politico.

Che il partito politico moderno sia nato con un difetto filosofico di base, si vede dal fatto che è piuttosto un figlio che non si aspettava. La nascita del partito infatti non viene pensata all’interno di visioni costituzionali presenti nelle dottrine politiche perché, come si è visto, il partito è equiparato tout court alla società civile, considerato cioè come una delle sue molteplici associazioni senza notare che la nascita di un’associazione-partito presenta e configura un’ontologia non riconducibile alle altre innumerevoli associazioni della società. Sarebbe interessante analizzare, all’interno delle teorie politiche moderne, il vulnus di cui sto parlando. Comunque nelle elaborazioni “alte” delle dottrine politiche si parla frequentemente di “popolo” o di “cittadini” di “società civile” e non si ritiene di teorizzare e, men che meno, distinguere e regolamentare, le varie forme partitiche che arrivano quasi inattese ( nelle analisi storico-sociologiche sul partito si discute sull’origine parlamentare dei partiti e in misura minore sull’origine sociale che deve essere comunque considerata) e di fronte alle quali gli intellettuali fecero finta di niente salvo poi ad analizzarle descrittivamente fino ai dettagli più banali. In ogni caso fu ignorata la potenzialità del partito e la necessità di controllarlo con precise regole costituzionali o comunque prescrittive.

Tali regole sarebbero sicuramente venute alla luce se una teoria più evoluta avesse messo in evidenza la distinzione ontologica tra partito e stato insieme alla tendenza del primo ad occupare gli spazi del secondo.

Fermiamoci a ragionare su questo concetto con l’aiuto di un libro, “ Il doppio stato” di E. Fraenkel, in cui si descrive, senza però arrivare alle nostre conclusioni, l’identificazione di fatto tra il partito nazista e lo stato. Questa identificazione applicabile anche ai regimi comunisti, fu descritta nelle sue procedure essenziali con grande acume, ma parve a tutti(compreso lo stesso Fraenkel) pacifica o comunque naturale.

Se un partito(comunista, fascista, populista) conquista uno stato, cosa dovrà fare se non mandare i propri leaders a ricoprire le cariche pubbliche ?. Cosi fece Lenin, cosi Stalin, cosi avrebbe fatto Togliatti. Ma oltre a diventare capi di stato questi personaggi mantennero saldamente la leadership dentro il partito. Per questo Fraenkel parla di “doppio stato”. Gli esempi fatti di atroci dittature non devono far pensare che il meccanismo che sto descrivendo risparmi gli stati democratici. Vedremo che non è cosi.

Poniamoci allora la seguente domanda: come mai uno dei più noti politologi (Michels) teorizza la” ferrea legge” dell’oligarchia che la critica successiva pone come ineliminabile tendenza interna dei partiti e non c’è una corrispondente teoria volta ad evitare il meccanismo che porta il partito a diventare stato?

Questa lacuna del pensiero politico è piena di conseguenze. Essa parte dall’errore filosofico ed analitico che ho evidenziato: non aver colto e posto la differenza ontologica fra stato e partito. Come conseguenza non è stata fatta la domanda se, in ottica democratica, le medesime persone potessero, allo stesso tempo essere rappresentanti del partito e dello stato. Soltanto vagamente qualche intellettuale( in Italia soltanto Ignazio Silone negli anni ’50 ha posto la questione) ha fatto notare che si trattava di “poteri” molto diversi e che quei poteri cumulati nelle mani delle stesse persone, andavano a ledere uno dei principi della teoria democratica che diffida sempre dell’eccesso di potere. Ma qui non è solo il cumulo di potere che è in ballo: c’è anzi un preciso meccanismo che crea turbolenza proprio per l’asimmetria esistente tra istituzione dello stato e partito. La diversa natura dei due enti non riceve attenzione eppure è di fondamentale importanza perché la dimensione ontologica tra i due ambiti è spiccatamente eterogenea. Il partito esprime un punto di vista all’interno di una realtà plurima e per essenza esprime la “parte” mentre l’istituzione è strumento comune che appartiene a tutti e deve esprimere il “tutto”. Non aver indagato questa realtà e aver permesso e dato per scontato che le stesse persone fisiche potessero, nello stesso tempo, rappresentare la parte ed il tutto, è stato un grave errore filosofico, un errore che persiste e si traduce in concrete disfunzioni sociali, disfunzioni che purtroppo si vedono nel lungo periodo e quindi sono difficili da decifrare ed evidenziare.

Dunque la questione della differenza e segnatamente dell’asimmetria tra stato e partito non fu vista a livello teorico e quindi la forma-partito non è stata, nei paesi occidentali più avanzati, classificata e teorizzata per quello che era. Bisogna insistere su questo concetto che rappresenta lo snodo cruciale dell’analisi del gruppo sociale che denominiamo “partito politico” : l’asimmetria tra i due ambiti è priva di riscontro nella letteratura sul partito e quindi le soluzioni pratiche che dovrebbero regolare il passaggio delle persone dal ruolo partitico a quello istituzionale sono praticamente assenti. D’altra parte la confusione teorica tra i due ambiti, nella mente dei politologi e politici, faceva ritenere inutile una regolamentazione del passaggio.

Ne è risultato un difetto di funzionamento strutturale dello stato moderno che traduce una democrazia meno evoluta rispetto ai suoi stessi principi. E’ dunque necessario individuare questo elemento e chiarirlo teoricamente per realizzare un miglioramento complessivo del sistema politico e istituzionale del mondo globalizzato. La variegata storia dei partiti ha seguito un’altra vicenda. Nell’area europea e segnatamente in quella italiana, il partito ha utilizzato abilmente una doppia sponda che gli ha consentito di mimetizzarsi abilmente; esso infatti ha occupato da un lato le istituzioni dello stato, ma dall’altro si è pensato e raffigurato come una semplice e spontanea manifestazione della società civile o, come si dice sovente, come una bocciofila di paese. Con questi presupposti non ci dobbiamo meravigliare del fatto che i partiti costituiscano oggi più che uno strumento, un problema della democrazia. La situazione che sto descrivendo è inoltre in grado di spiegare, sia pure parzialmente, la perenne condizione di crisi in cui si trova la società contemporanea.

Pino Polistena