Una delle conseguenze del discorso finora fatto è che le medesime persone non possono cumulare il ruolo partitico con quello istituzionale perché si tratta di “ruoli” e “poteri” differenti, ontologicamente distinti con sguardi, toni e consistenza diversi.

In una democrazia più evoluta di quelle in vigore, il passaggio dall’ambito partitico a quello istituzionale implica il passaggio ad universi diversi che deve essere regolato. Attualmente tutta questa materia è ignorata: i politici cumulano ruoli partitici e istituzionali( a volte più ruoli istituzionali senza abbandonare il ruolo partitico). Sembra allora normale che la stessa persona fisica possa essere allo stesso tempo il governatore di tutti i Lombardi, ma anche il capo di un partito della Lombardia.

Un capitolo diverso che non posso affrontare in questa sede riguarda la responsabilità teorica delle dottrine politiche moderne sulla sottovalutazione del “partito”. Mi limito a segnalare che spesso sono le stesse dottrine a impedire un effettivo riconoscimento dell’ambito partitico. Ad esempio il marxismo in genere, (assieme alle varie articolazioni partitiche socialiste) con l’attenzione posta principalmente verso i contenuti materiali della storia( materialismo dialettico) non hanno ritenuto necessario separare partito e Stato stabilendo un rapporto in cui le persone fisiche dei due ambiti si giudicassero e si controllassero essendo in via preliminare persone diverse. Questa posizione non può essere ricondotta ad una svista della teoria perché proprio la teoria socialista, con l’accento posto sulle finalità sociali, poneva il partito come strumento per raggiungere quelle finalità e non lo inseriva quindi in un progetto costituzionale con finalità formali. Ancora adesso i comunisti duri e puri pensano che la conquista del potere da parte di un partito comunista imponga il non ritorno elettorale e la distruzione dei partiti “borghesi”.

Purtroppo nemmeno il liberalismo e le varie teorie democratiche che pure avevano meno problemi di “contenuto” rispetto alle teorie socialiste, hanno colto questo vulnus e quindi non hanno seguito questa strada lasciando che il partito restasse ai margini delle costituzioni. Nel liberalismo classico l’ossessione individualistica potrebbe spiegare questa attitudine visto che non permetteva di concepire “gruppi” come i partiti e quindi il liberalismo classico non ritenne di esplorare e codificare la necessità di “enti intermedi” tra il cittadino e lo Stato. Nemmeno le teorie democratiche e costituzionali hanno impostato il problema nei termini corretti che richiedevano uno sforzo di riconoscimento dell’attore partitico. Naturalmente si potrebbe a lungo argomentare sulle motivazioni che hanno indotto le grandi dottrine politiche a sottovalutare la realtà del partito, ma nell’economia del presente lavoro mi basta evidenziare questo risultato rimandando un’analisi più completa e approfondita ad altra sede.

La costituzionalizzazione ( il tentativo di riconoscere giuridicamente il partito cioè di costituzionalizzarlo ha illustri promotori: in primis alcuni grandi giuristi(Mortati e Romano), ma anche alcuni politici come Don Sturzo che presentò la prima proposta di legge o studiosi come De Capraris.

La Costituzione Italiana del 1948 pur essendo fatta dai partiti ne cita quasi distrattamente l’esistenza in uno dei suoi articoli più generici (art. 49), ma non prescrive né prevede una legge sui partiti né un abbozzo di costituzionalizzazione degli stessi.

Il mimetismo o misconoscimento di cui ho parlato è qui massimo: l’attore principale che fa la costituzione non viene citato da essa e non fa parte dell’impianto costituzionale.

Sto tentando di dare una spiegazione a questa incredibile lacuna che dalla teoria politica passa alla pratica. Sembra che nessuno si accorga della nascita di una realtà nuova che potrebbe assumere caratteri mostruosi proprio perché non viene definita né regolata.

Avendo assodato che il partito può diventare un orribile mostro, dobbiamo cercare di difenderne la fisiologia. Secondo il procedimento che ho delineato occorre in primis provvedere a riparare i guasti del mancato riconoscimento della realtà partitica attraverso una vera costituzionalizzazione dell’ente-partito. Una volta compiuta questa operazione avremo una nuova realtà o forma partitica, molto diversa da quelle attuali. In secondo luogo occorre ribadire la superiorità dell’ambito costituzionale che deve sempre rimanere ad un livello più alto del partito e deve regolare il partito stesso. Nel testo costituzionale ci devono essere le regole che consentono la vita di una pluralità di partiti e quindi il divieto assoluto del partito unico che metterebbe la stessa costituzione alla mercé di un’unica articolazione partitica come mera funzione di uno Stato controllato dal partito. Questo divieto deve essere inteso come una fondamentale regola democratica.

In terzo luogo la costituzionalizzazione deve avere un senso più specifico perché pur non essendo per essenza un’istituzione dello Stato(perché manca al partito l’universalità propria delle istituzioni come strumenti comuni dei cittadini e della società) esso deve essere “costituzionalizzato” cioè regolato da leggi (poco importa se costituzionali o ordinarie) che ne specifichino i modi di esistenza, i poteri e i limiti.

In base al ragionamento finora svolto, se queste leggi, che ancora non ci sono ma incombono, non dovessero prevedere la differenza tra cariche partitiche e cariche istituzionali consentendo alle medesime persone di occupare due cariche, strutturalmente asimmetriche e quindi inconciliabili, la “costituzionalizzazione” auspicata sarebbe monca o del tutto inutile. Quindi il meccanismo fondamentale in ogni legge sui partiti deve prevedere la separazione tra partito e Stato.

Purtroppo nelle analisi politiche e politologiche la perenne crisi istituzionale si interpreta in vari modi, ma non si riconduce quasi mai alle patologie legate all’attore partitico che invece rappresentano un tassello fondamentale della crisi. Nel sistema Italiano la formazione di partiti come DC, PCI, PSI etc. ha prodotto, già nei primi decenni, un sistema corruttivo direttamente funzionale a quella specifica forma-partito che non si distingue dalle istituzioni dello Stato.

Questa situazione mostra come le conseguenze di una patologia partitica non riguardino solo i partiti totalitari che si identificano con lo Stato, ma anche i partiti inseriti in un sistema democratico-pluralista come quello Italiano che sono in grado di creare un sistema generatore di “casta” che nel periodo medio-lungo non può , per essenza, affrontare adeguatamente i problemi sociali del paese in quanto vive e ragiona come casta. In un sistema pluralista alcuni partiti si spartiranno le aree di potere dialettizzando entro certi limiti, ma anche stabilendo ampie zone consociative.

Un forte indizio di questa situazione è l’assenza, dopo oltre 70 anni di repubblica, di una semplice legge sui partiti, più volte evocata e proposta ma mai concessa. Nell’assenza di una regolamentazione, il partito ha fatto ciò che è nella sua natura (patologica) fare e cioè occupare quanto più potere fino al punto di indirizzarsi verso ambiti assolutamente lontani dalla natura stessa del partito ( banche, ASL, nomine ecc.) in un bulimismo che è stato fermato solo dall’inevitabile malfunzionamento che si propagava all’intero sistema. E’ chiaro che realtà simili, più che partiti politici, andrebbero definite come fazioni sociali di potere che hanno prosperato per decenni creando le basi di un sistema sociale depresso nell’economia e nei valori. Curiosamente nella vasta casta politica italiana non c’è stato il sospetto che il problema potesse stare nella forma-partito cioè nei meccanismi fondamentali del sistema; si è preferito fare demagogia attribuendo a questo o quel contenuto la causa della crisi il cui più rilevante indizio economico è il terzo debito pubblico del mondo fatto in prevalenza per soddisfare la necessità di una casta che doveva principalmente difendersi anche se a danno dell’intero paese. Tutta una serie di infausti provvedimenti, dalle baby pensioni all’assurda elargizione di pensioni di invalidità false o inopportune, trovano spiegazione in un meccanismo clientelare che si fonda sull’esistenza di un partito casta, un partito cioè dove i quadri dirigenti restano in carica a vita e cumulano una o più cariche istituzionali.

L’illusione di poter migliorare la politica e risolvere i problemi del paese col ricorso ai valori o ai “contenuti” senza individuare i meccanismi che abbiamo descritto è purtroppo ancora ben presente nel dibattito pubblico Italiano ed europeo. Deve essere oggetto di un’altra ricerca che qui posso solo accennare la necessità di contrastare il meccanismo di casta anch’esso ignorato o sottovalutato che solo reali limiti dei mandati possono in qualche modo sanare.

La situazione è ancora peggiore se si pensa che per molto tempo la critica alla “ partitocrazia “( concetto di grande rilevanza usato sistematicamente da Giuseppe Maranini ) divenne in Italia retaggio di una formazione radicale che pur avendo dei meriti relativamente ai diritti civili, non ha mai colto il senso della patologia partitica presentandosi sempre con i caratteri tipici della forma-partito italiana.

La situazione di blocco politico del paese è stata sempre spiegata ricorrendo ad improbabili cause internazionali mentre le falle interne al sistema ed in particolare ai partiti sono passati sotto silenzio. Si spiega cosi la persistenza di una patologia che ha oppresso da sempre la discussione democratica distorcendo una normale allocazione dei poteri e quindi delle risorse a favore di una casta sempre più autoreferenziale e lontana.

Il discorso precedente intende riportare il “ partito “ alla sua essenziale funzione di discussione e proposta “ politica “ con una sede ben distinta dai luoghi istituzionali che devono prendere le decisioni e amministrare la società; questa sede deve avere il potere di proporre persone per le istituzioni e controllarle con una discussione e un continuo monitoraggio. Questa sede è il partito, vero organo di mediazione tra le istituzioni ed i cittadini; questo partito fisiologico non occupa le istituzioni, non occupa le banche, non svolge altra funzione rispetto a quelle che la legge gli assegna e specialmente non fa cumulare alle stesse persone il ruolo partitico e quello istituzionale ed è infine sottoposto ad un controllo esterno di legittimità. In realtà è necessario che nella società post-moderna le istituzioni nazionali e internazionali vengano analizzate, giudicate e monitorate in sedi a ciò deputate ai quali spetta poi il compito di proporre personale “politico” da inserire nelle istituzioni. Queste entità mediane tra la società e lo Stato ( Santi Romano e Costantino Mortati possono essere i punti di riferimento giuridici di una nuova prospettiva sui partiti. Le loro idee sulla mediazione tra cittadini e Stato offerta dai partiti non sono state adeguatamente sviluppate) se non ci fossero lascerebbero solo alla mera casualità un confronto tra cittadini e Stato ( stampa, media, opinione pubblica) altamente randomizzato e caotico. Allora un luogo di discussione come il partito è una necessità della democrazia; se non c’è ( come succede negli USA) il suo posto è preso da lobbies che esercitano pressioni che non possono avere i caratteri “ politici “ di un gruppo di liberi cittadini. Ma se c’è, come in Italia, un partito senza limiti né regole e senza la consapevolezza dei suoi caratteri essenziali, non si possono raggiungere accettabili livelli di gestione politica.

Pino Polistena