Per definire adeguatamente l’ente politico intermedio devo pregare il lettore di uno sforzo di immaginazione ed indurlo a vedere i sette miliardi di persone viventi, divisi in 194 Stati attuali. Ognuno di questi Stati è un complesso di istituzioni che svolgono determinate funzioni ed esercitano un potere (a volte brutale) sulle relative società. Il rapporto tra le istituzioni dello Stato e le persone, che qui definisco genericamente “società civile”, è l’oggetto del presente lavoro.

La distinzione tra “Stato” e “Società”, sebbene non precisamente (lo Stato è, a rigore, una parte della Società ovvero un sottoinsieme sociale) pone comunque un’utile differenza tra l’ambito istituzionale che ha (avrebbe) il compito di regolare tutti i settori della società e la società stessa. Si può anche dire che la distinzione si fa tra la società e quella parte della società che ha il compito speciale di regolare le altre parti sociali e che chiamiamo “Stato”.

Il condizionale che ho usato indica il fatto, abbastanza comune, che le istituzioni dello Stato non sempre sono in grado di regolare ed equilibrare le varie parti sociali. Spesso accade che siano parti sociali ben organizzate ad influire pesantemente sulle decisioni dello Stato fino a piegarle; quando questo accade, e non è affatto facile stabilirlo, l’istituzione statale cessa di fare attività politica in senso preciso a favore di attività che vanno a vantaggio di soggetti particolari; in questi casi la politica è perduta, e l’equilibrio che essa deve generare viene sostituito dall’eterna dialettica del potere e, anche se le azioni e le decisioni provengono dalle istituzioni dello Stato, dovremmo considerarle azioni sociali, ma non azioni politiche. Azioni sociali le cui conseguenze sfuggiranno completamente agli uomini.

Il problema che ci dobbiamo porre è se tra la società e lo Stato sia necessario pensare ad organismi intermedi che svolgano particolari funzioni “mediative” o se un livello intermedio sia inopportuno, dannoso o inutile. Se il rapporto Stato/Società non viene arricchito da enti intermedi gli ambiti restano due (Stato e Società) e l’esistenza di questi due livelli non produce alcuna difficoltà o contraddizione. Possiamo anzi dire che la mancanza di enti intermedi costituisce la regola più che l’eccezione. Tuttavia il progressivo affermarsi di ideali e pratiche liberal-democratici, ormai vincenti nell’immaginario planetario, crea un problema di coerenza se mancano entità intermedie. Infatti la democrazia individua nel “popolo” , cioè nella dimensione della società, il detentore della sovranità e stabilisce che sia il popolo stesso, con libere elezioni, a selezionare la classe dirigente che dovrà occupare concretamente le istituzioni dello Stato utilizzando l’eminenza di queste ultime per esercitare il potere , cioè prendere decisioni vincolanti per l’intera società.

Il problema consiste nel fatto che il popolo, nella sua generalità, non può esprimere alcuna unità essendo un ente che, nelle grandi aggregazioni moderne, è molto vasto e sebbene riesca a produrre forme di auto-organizzazioni, queste non possono sostituire gli enti intermedi per i motivi che vedremo. Nasce da qui l’esigenza di un ente intermedio (identificato con i partiti) avente la funzione di consentire realmente e realisticamente un’organizzazione attraverso cui il popolo sia in grado davvero di esercitare la sovranità selezionando la classe dirigente. Il modello democratico prevede che questi enti intermedi possano essere molti (pluralismo) e che comunque possano sviluppare tra loro una dialettica legittima ritenuta da alcuni l’essenza stessa della democrazia. E’ il caso di ribadire che senza lo sfondo democratico che vede la società come fonte e genesi di sovranità e legittimità, l’ente intermedio sarebbe completamente inutile.

Una prima osservazione su questo ente che potrebbe risultare sorprendente è quella della sua assenza nelle grandi teorie politiche. Sebbene già il liberalismo classico prevedesse un momento elettorale come procedura per determinare la rappresentanza, l’ente intermedio o partito non solo non era stato teorizzato, ma molti autori ritenevano esiziale la presenza dei partiti in quanto potenziale rovina, scissione o frammentazione sia della società che dello Stato. Sebbene esista qualche autore che intuisce l’importanza del partito (per esempio Harrington e Burke) i grandi teorici come Locke, Montesquieu e Rousseau lo ignorano, quest’ultimo era anzi contrario ad ogni forma di rappresentanza.

Il partito dunque fu un parto tardivo e per di più non voluto. Più che altro fu un’imposizione della realtà che ricordava alla teoria politica moderna le sue carenze rimproverandole di non aver previsto uno strumento essenziale come il partito che mediasse tra cittadini e istituzioni consentendo politicità e democraticità. Il partito dunque nasce concretamente e si assesta di fatto senza una teorizzazione che ne spieghi la necessità. Naturalmente una volta nato si è sviluppata un’immensa letteratura su di esso, ma prevalentemente sociologica cioè descrittiva. Questo carattere, quello di non essere stato previsto cioè di essere nato a posteriori, deve essere considerato e approfondito. Ecco le parole di uno dei più grandi studiosi dei partiti, Maurice Duverger :

“Nel 1850 nessun partito al mondo, tranne gli USA, conosceva i partiti politici nel senso moderno del termine. Vi si trovavano tendenze, club popolari, associazioni di pensiero, gruppi parlamentari, ma non partiti propriamente detti. Nel 1950 questi operano nella maggior parte delle nazioni civili mentre le altre cercano di imitarle. Come si è passati dal sistema del 1850 a quello del 1950 ?” (citato in G.Galli “i partiti politici” , intr. VI ).

Dunque secondo molti autori i partiti in senso moderno sono molto recenti e sarebbero nati in prevalenza dentro alle istituzioni come gruppi o partiti parlamentari (questa è la posizione di Duverger) e non quindi come enti intermedi con precise funzioni di raccordo tra le istituzioni e i cittadini. Il primo vagito dei partiti sarebbe dunque interno alle istituzioni dello Stato e naturalmente questo livello (posto che questa ricostruzione genetica sia corretta) rimane ancora la bi-partizione Stato-Società perché un partito parlamentare non è un ente intermedio. Se ragioniamo su questo punto possiamo giungere ad un primo risultato: un partito moderno, inteso in senso generale, non è necessariamente un ente intermedio.

Vediamo allora di analizzare attentamente la casistica relativa alla formazione di un ente intermedio cioè di un ambito che deve svolgere una funzione di raccordo tra due altri ambiti identificati nella società e nello Stato. La prima constatazione che dobbiamo fare è che l’ente intermedio supera, con la sua stessa presenza, la bi-partizione proponendo, anzi “costituendo”, una tri-partizione. Questa collocazione può non apparire chiara a chi riconduce tutto alla società considerando l’ente intermedio una delle tante espressioni sociali. In realtà, sebbene non ci sia dubbio alcuno che sia lo Stato che l’ente intermedio siano espressioni della società, la loro costituzionalizzazione autorizza a distinguerle. A questo proposito possiamo dire che anche oggi esistono i teorici dei due livelli. Costoro ritengono che non ci sia bisogno di un ente intermedio perché un naturale meccanismo sociale spinge il “popolo sovrano” a istituire il livello statale mediante elezioni senza il bisogno di un ente medio che organizzi la discussione e selezioni le candidature. Alla domanda “chi decide le candidature?“ e “dove si svolge la discussione politica” costoro rispondono che si può creare all’occorrenza un ente (comitato, associazione) provvisorio che sparisce subito dopo le elezioni e che quindi non necessita di una struttura permanente (solve e coagula) ((storicamente chi teme il partito come luogo di potere e corruzione vorrebbe un rapporto più diretto con le istituzioni e spinge per un’evaporazione del partito- questa era la posizione di A. Langer, un grande ambientalista italiano – , ma l’errore sta nel fatto di vedere l’attuale struttura di partito, infiltrato nelle istituzioni e considerarla paradigmatica.)) : la discussione politica non sarebbe necessaria dentro un ente intermedio perché si potrebbe svolgere nella società attraverso la stampa ecc. In pratica si conferisce alla capacità auto- organizzativa della società il compito di determinare e controllare le istituzioni dello Stato rimanendo nell’ottica liberal-democratica.

Ci sono anche coloro, anch’essi fermi alla bi-partizione, che individuano in istanze presenti nella società i medium che traghettano, attraverso le elezioni, i rappresentanti politici dalla società alle istituzioni. Questi autori pensano in genere alla stampa o ad altri gruppi, che pur svolgendo di norma attività sociali, al momento delle elezioni candiderebbero i loro rappresentanti senza quindi essere enti politici intermedi, ma semplici gruppi sociali come ordini professionali, associazioni, settori imprenditoriali ecc…

Non sarebbe difficile mostrare come in tutte queste soluzioni che mantengono la linea dei due livelli si possa annidare la cattiva politica che entra in rotta di collisione con il modello di democrazia che si è adottato e che non può non prevedere uno sguardo generale sulla società capace di mediare la molteplicità degli interessi in campo. In assenza di un ente intermedio, produttore di una discussione politica e in base a questa, “decisore” delle candidature, tutto si riduce ad un interesse di area o si avalla/subisce l’azione di un gruppo organizzato che esercita un’egemonia, magari in base alla sua forza finanziaria, cosi importante da sempre per gli esiti elettorali. L’atto mediativo della politica che deve avere un luogo di espressione, può essere eliminato dal semplice scontro bruto tra gli interessi che occupano lo Stato in una lotta violenta ancorché edulcorata. Dunque l’elemento essenziale dell’ente intermedio come lo sto descrivendo, non è la semplice posizione mediana tra due livelli, ma la capacità di fare sintesi politica mediando tra innumerevoli spinte, interessi, progetti riconducibili alla grande effervescenza sociale e specialmente agli innumerevoli interessi particolari. Se non si considera questo carattere è possibile l’abbaglio di considerare ente intermedio ogni associazione sociale portatrice di interessi in quanto medierebbe tra i cittadini e lo Stato.

Pino Polistena