La teoria politica non ha avuto chiarezza su questa materia per la sua oggettiva difficoltà. Inoltre la genesi pragmatica del partito ha peggiorato la situazione per cui il necessario tassello costituito dall’ente intermedio per la costituzione di una società democratica non è stato individuato.

Inoltre, negli ultimi anni l’esistenza e le ragioni degli enti intermedi sono state messe in discussione dalla tendenza a favorire il rapporto diretto tra elettori e leader politici, fenomeno questo sostenuto dalla mediatizzazione dei fatti politici ormai in atto da molti anni. L’illusione di molti cittadini è quella di favorire una semplificazione del processo democratico che evita un’articolazione dei modelli lasciando il rapporto diretto elettore-Stato con grandi vantaggi sulla semplificazione della macchina amministrativa. Purtroppo questa tendenza è una superficiale visione dell’azione politica che non coglie i gravi pericoli che porta con sé, né ha coscienza di ciò che la società perde quando non crea le condizioni per produrre una sintesi equilibrata nella quale si sostanzia la politica
Se un’azione mediatrice non è nemmeno prevista perché non si ritiene utile o possibile, si può ragionevolmente pensare al mantenimento dei due livelli lasciando alla naturale dialettica sociale la risoluzione dei problemi e l’occupazione delle istituzioni dello Stato. Naturalmente questa prospettiva, peraltro molto realistica, non si accorda nemmeno in parte con gli ideali e i modelli democratici che invece prevedono una discussione tra le varie parti sociali e la mediazione delle istituzioni statali depositarie, in ultima istanza, della decisione politica. In questa ottica è necessario ribadire il concetto espresso in precedenza: tutte le parti sociali, anche quelle organizzate come associazioni, enti ecc. proprio per la mancanza di una prospettiva politica ossia di uno sguardo complessivo su tutta la società, non possono considerarsi “ enti intermedi “ nemmeno se raccolgono istanze dal basso per illustrarle e promuoverle presso i livelli istituzionali. In questo caso non c’è reale funzione mediativa, ma un semplice rapporto dialettico tra una o più parti sociali e le istituzioni dello Stato. Questo aspetto è molto importante perché è facile contrabbandare una componente sociale, ossia un gruppo o una associazione per un ente intermedio di raccordo. L’associazione dei commercianti che chiede alle istituzioni determinati provvedimenti non è un ente intermedio tra il singolo commerciante e l’istituzione, è una associazione sociale che si rapporta con le istituzioni dello Stato portando avanti le proprie istanze.

Ben diversa è la funzione di un partito-ente intermedio il quale non preme direttamente sulle istituzioni portando una propria richiesta (cosa che fanno egregiamente le altre istituzioni della società), ma media tra i cittadini e le istituzioni e mediando non può mancare della stessa visione complessiva politica che si richiede alle istituzioni dello Stato.
Come si vede la specificità dell’ente intermedio viene desunta dalla stessa parola che lo designa, “intermedio”,che indica la funzione del “mediare”. Proprio i difetti delle soluzioni a due livelli hanno spinto la maggioranza di politici e politologi a preferire, perlomeno sulla carta, il modello a tre livelli che prevede cioè l’esistenza di un ente intermedio identificato in genere col “ partito “ e che viene considerato per questo essenziale ad ogni processo democratico. Pur avallando questa tesi che è quella difesa nel presente saggio, occorre fare delle dure precisazioni che certamente non saranno accolte dalla maggioranza degli addetti ai lavori.

Il punto essenziale è che l’ente intermedio, per funzionare davvero, cioè fisiologicamente, deve rispettare la sua natura mediana di ente che non si confonde col livello istituzionale perché se cosi fosse, verrebbe meno la caratteristica di uno sguardo terzo che risulta cosi importante per il funzionamento del sistema. Succede invece che gran parte dei sistemi in vigore, sia in occidente che altrove, mostrano la presenza di un ente intermedio (partito) potentemente infiltrato o confuso con la dimensione statale-istituzionale. Questa confusione fa saltare tutta la fisiologia dell’ordine democratico per le ragioni che vedremo. Ma prima di tutto riporta surrettiziamente il modello a due livelli “reali“ sebbene ufficialmente esistano enti intermedi sotto forma di “partiti”.

La sottovalutazione di questo dato nella scienza politica ha già avuto gli esiti tragici del novecento che si possono individuare tutte le volte che il partito si è sovrapposto o identificato con lo Stato. Hanno questa caratteristica le dittature novecentesche ed appare veramente deplorevole che nonostante le accurate analisi e la grande letteratura, la teoria politica non sia riuscita a vedere le conseguenze della pratica che stiamo descrivendo. Vedremo adesso il grado di sottovalutazione della commistione tra partito e Stato (la carenza di analisi dei rapporti tra partiti e istituzioni è rilevata dallo studio di Cesare Gatti “i gruppi parlamentari“).
Intanto precisiamo che in termini pratici la confusione di cui sopra assume la forma dei doppi incarichi o del cumulo di cariche e ruoli. In altre parole le medesime persone occupano ruoli sia nell’ente intermedio (partito) che nelle istituzioni statali.

La teoria moderna dunque non ha visto, per una carenza eminentemente teorica, l’insostenibilità del modello basato su queste pratiche, non ha visto gli inesorabili esiti corruttivi e autoritari né lo stridore con i modelli democratici assunti sullo sfondo. Non ha visto la spinta verso un peggioramento del sistema legato al fatto che le istituzioni si sottraevano ad un monitoraggio dal momento che l’ente intermedio era fatto (ed è fatto) dalle stesse persone che occupano i ruoli istituzionali. Non ha nemmeno visto l’analogia con le forme dittatoriali coperta da un pluralismo che appariva tranquillizzante.
Ho chiamato “ritardo della politica” la mancanza di analisi legate a questi meccanismi sostenendo che siamo ancora fermi al paradigma aristotelico che in scienza è stato superato nel seicento. E’ infatti vero che la formula aristotelica dello zoon politikon, ancora oggi molto in voga, non viene superata (vedi l’errore di Aristotele). In politica abbiamo dunque un ritardo di 400 anni rispetto a scienza e tecnologia.

La modernità è nata con un vizio di fondo, una vera patologia che impedisce che le attuali istituzioni statali possano gestire la società planetaria globale, possano cioè funzionare adeguatamente. Ci dobbiamo allora preparare a gravi accadimenti che non sono legati alla storia o al caso ma alle strutture istituzionali di cui disponiamo che sono portatrici di patologie dovute ad un grave ritardo della teoria politica.
Vediamo allora di sintetizzare la nostra proposta evidenziando l’insostenibilità dell’attuale modello statale planetario. Abbiamo visto come non si possa mettere in discussione la necessità di un ente intermedio all’interno di un modello democratico, un ente che assicuri uno spazio di discussione aperto e libero intorno a cui si devono determinare le candidature cioè le persone da mandare nelle istituzioni. Senza questo spazio la democrazia non avrebbe un terreno su cui poggiare : le istituzioni vivrebbero di inerzia cooptativa, autoritaria e autoreferenziale, mancherebbe “l’esternità” necessaria (le elezioni non bastano a realizzare esternità perché possono essere addomesticate e disinfettate dal denaro ) per una elezione seria e varia il popolo non troverebbe un luogo di esercizio della propria sovranità; ebbene tutto questo si verifica lo stesso nel momento in cui l’ente intermedio chiamato “partito” non riesce a darsi una collocazione differenziata rispetto alle istituzioni.
La forma-partito fisiologica, che è quella di un ente intermedio che organizza permanentemente la società civile ma si distingue dalle istituzioni, è praticamente inesistente in tutto l’occidente moderno dove vigono o partiti i cui dirigenti cumulano anche ruoli istituzionali o semplicemente sono gruppi elettorali che non prevedono di fatto alcun ente intermedio capace di controllare e dialogare con le istituzioni.
Discende da questo discorso la necessità di prevedere un luogo che non può essere casuale o auto organizzato, ma un vero luogo “politico” previsto dalle leggi fondamentali a cui viene delegato il compito di selezionare le persone per le istituzioni. Questo luogo, se vuole mantenere la sua funzione essenziale, deve essere distinto dalle istituzioni propriamente statali e deve distinguersi attraverso la non cumulabilità delle cariche prevista per legge o inserita nelle istituzioni.

Non basta questo: è anche necessario che le persone che entrano nelle istituzioni non rimangano allocate in esse fino a formare un gruppo separato perché le conseguenze di tale pratica sono cosi negative, (ancorché non viste) da condannare qualsiasi società ad una perenne crisi sociale e istituzionale.
Questo modello garantisce un controllo delle istituzioni dello Stato mai avuto, controllo che è a carico di un ente intermedio che dalle istituzioni è ben distinto; un controllo che non può interferire proprio perché distinto ma può operare perché è a questo livello ( e non a livello istituzionale) che si prendono le decisioni circa le candidature mentre il livello della decisione politica, che deve poter svolgersi in autonomia, ma sotto il controllo attivo di istanze sociali intermedie che partecipano, assieme ad una stampa libera, ai processi politici.
Sicuramente questa idea del controllo creerà confusione in chi crede che oggi i parlamentari siano eccessivamente controllati dai partiti; questo è vero ma, nel modello che si propone, i limiti dei mandati e la separazione dei ruoli creano le condizioni di un sano controllo delle istituzioni rendendo possibile l’autonomia delle stesse istituzioni dello Stato che devono acquisire con essa l’autorevolezza da gran tempo perduta. Oggi la confusione teorica e pratica tra partiti e istituzioni determina un modello nel quale vige una strutturale patologicità.
Si capisce a questo punto la necessità di una costituzionalizzazione di questi ambiti intermedi che sebbene distinti dalle istituzioni propriamente statali, devono essere ordinati e controllati a livello costituzionale in modo che si distinguano anche dal resto della società di cui sono espressione proprio in virtù di una mission, di una funzione che devono svolgere che va conosciuta e “costituzionalizzata”. Si tratta cioè di favorire un’autentica natura mediana che risulta necessaria solo in virtù della democraticità del sistema. Questo significa che è possibile ipotizzare sistemi politici ben funzionanti con i due livelli ma non si riesce ad immaginare il mantenimento dei due livelli all’interno di una metodologia ispirata alla democrazia. L’ente intermedio regolato da leggi ossia costituzionalizzato diventa allora una condizione della democraticità del sistema.

É appena il caso di far notare che i modelli attuali non prevedono né i limiti dei mandati, né la separazione tra istituzioni ed enti intermedi né la costituzionalizzazione di questi ultimi. Sintetizzo cosi l’incapacità delle istituzioni nazionali e internazionali di affrontare la complessità della storia e della vita sociale. Una profonda contraddizione abita nel cuore delle nostre istituzioni ed è una contraddizione strutturale che riguarda le forme stesse dell’agire politico. Essa non è colta nelle sua essenza formale perché i contenuti, ossia i danni concreti che essa genera, tengono tutto il campo attenzionale e non vengono imputati correttamente alle loro fonti. Succede allora che si fanno le più strane ipotesi di miglioramento del sistema senza tener conto della contraddizione formale che genera ogni tipo di crisi e di danno oppure si cerca un capro espiatorio a cui addossare tutta la responsabilità di ciò che non va (alcuni elementi hanno la caratteristica di proporsi come capri espiatori tra i più gettonati tipo extracomunitari, ebrei, euro , politici ecc.). Il livello della discussione resta superficiale e le soluzioni tutte illusorie, infatti un cambiamento potrebbe avvenire solo se si affronta di petto la contraddizione strutturale indotta dalla modernità, ma decisamente sottovalutata del pensiero politico moderno. Siamo come il pompiere che utilizza pericolosamente e con superficialità tutti gli strumenti del piromane pur volendo seriamente svolgere la sua professione. La presa di coscienza di questa contraddizione nel cuore delle nostre teorie politiche e quindi delle nostre istituzioni, è il passo preliminare verso un’uscita da questo modello che, come vado ripetendo, è di fatto un’uscita di modernità. Non sappiamo bene per quali strade, con quali tempi e dopo quali crisi, i meccanismi descritti diventeranno coscienza comune; sappiamo solo che una democrazia più evoluta e meno contraddittoria è possibile solo attraverso il percorrimento di queste strade: istituire e regolare l’ente intermedio, cioè la tripartizione di ambiti sociali che abbiamo descritto, distinguerlo dalle istituzioni dello Stato, impedire la produzione di professionisti della politica.

Pino Polistena